Quando nel vicino, ma storicamente lontanissimo 1996, fece la sua comparsa il saggio di Samuel P. Huntington, The clash of civilization, pochi incentrarono realmente l’attenzione sulla profezia autoavverante contenuta nell’opera: uno scenario di attriti, scontri e guerre endemiche, quasi onnipresenti, tra l’Occidente e il resto del mondo, articolato nelle varie  faglie islamiche, ortodosse, confuciane e via elencando, riottose ad accettare un unipolarismo politico, militare e culturale a guida euro-americana, perché portatrici di altri valori, principi e prassi, o, per meglio dire, di un’altra Weltanschauung, di una visione antitetica al Mac Mondo, alla religione dei diritti umani, al dominio di ristrette quanto

Samuel P. Huntington
Samuel P. Huntington

rapaci oligarchie economiche. L’universalismo accampato e imposto dall’Occidente nel campo dei valori, dei diritti, dell’etica, è una convizione alla quale Huntington riserva tre aggettivi: falsa, immorale e pericolosa. Il trucco è evidente: infatti, a questa riflessione non segue il ripudio della guerra imperialista e dell’interventismo teso ad affermare, sotto il manto della retorica dei diritti umani, gli interessi economici occidentali. No! Per Huntington, quelle tesi servono solo a meglio armare e meglio bardare l’armatura occidentale, nel suo preteso ineluttabile scontro con altre civiltà e altre culture che si presuppone siano ad essa radicalmente, inconciliabilmente antitetiche. Le tesi del politologo newyorkese non avevano però il crisma assoluto della novità: prima di lui, lo studioso Bernard Lewis, esperto di Islam e di storia dei Paesi arabi, aveva pubblicato, nel settembre 1990, sulla rivista The Atlantic Monthly, un eloquente studio dal titolo “The Roots of Muslim Rage“, ovvero “Le origini della rabbia musulmana“, nel quale un paragrafo era titolato proprio “A clash of civilization”. Successivamente, nel 1992, egli aveva scritto per Foreign Affairs un altro studio dal titolo “Rethinking the Middle East”, ovvero Ripensando il Medio Oriente. In tale studio si prevedeva la “libanizzazione“ di quell’area, con la nascita e la proliferazione di tanti ministati, organizzati su base confessionale e tribale. Il panarabismo, sosteneva Lewis, era tramontato ormai con la sconfitta dell’Iraq di Saddam Husayn nella Prima guerra del Golfo, pertanto ora l’astro nascente era rappresentato in maniera definitiva dal fondamentalismo islamico, alternativa attraente per tutti coloro i quali, nell’area mediorientale e asiatica, “sentono che in esso c’è qualcosa di migliore, di più giusto e auspicabile rispetto alle inette tirannie dei loro capi e alle fallimentari ideologie propinate loro dall’estero”. Insomma, un perfetto programma politico / strategico mascherato da riflessione storica! Un programma oliato e perfezionato nel corso del tempo, in particolare negli anni ’70 / ’80, ai tempi della guerra in Afghanistan, quando esso era imperniato attorno alla destabilizzazione dell’URSS, specie della sua regione centro-asiatica, con la complicità dell’Islam wahabita sostenuto dall’Arabia Saudita, con tutta l’influenza del successivo finto reietto Osama Bin Laden. Allora fu Zbigniew Brzezinski, Consigliere Nazionale per la Sicurezza del Governo americano, a far proprie quelle teorie e a metterle in pratica, col sostegno ai mujahidin afghani e con l’appoggio a focolai di sovversione nei confini dell’URSS.

Bernard Lewis
Bernard Lewis

In Occidente, del resto, nel caleidoscopio dei molteplici think tanks geopolitici, storici e filosofici funzionali al sistema, gli studi, i saggi, le riflessioni, sono quasi sempre (eccezion fatta per qualche spirito libero di nicchia) programmi propedeutici all’azione di gruppi di pressione e di interesse volti a condizionare equilibri, scelte, strategie di espansione economica, politica e militare. Chi è davvero Bernard Lewis? Non certo uno studioso distaccato, neutrale e amabilmente aduso a coltivare la pianta dell’accademismo nel giardino della speculazione filosofica. Nato nel 1916 a Stoke Newington, in Gran Bretagna, durante la Seconda Guerra Mondiale divenne organico al Foreign Office (servizi segreti), per poi tornare, in qualità di docente, all’Università di Londra al termine della Seconda Guerra Mondiale. Introdotto in vari ambienti accademici e in diversi atenei, Lewis si può definire un ideologo ombra di quei centri di influenza che progettano il caos mondiale per poi imporre la soluzione più comoda e utile all’Impero. Non a caso i suoi studi, come abbiamo visto, sono stati pubblicati da riviste come Foreign Affairs, diretta emanazione del Council of Foreign Relations americano, fondamentale articolazione del sistema mondialista e “fratello gemello” del RIIA, ovvero dell’Istituto Reale Di Affari Internazionali britannico, fondato nel 1920, animato e diretto da personaggi come Lord Robert Cecil, John Robert Clynes e Sir Arthur J. Balfour, autore, quest’ultimo, della famosa Dichiarazione che sdoganò il sionismo sulla scena internazionale, provocando il mai spento focolaio di tensione palestinese. CFR e RIIA tengono in mano, direttamente o indirettamente, i fili della sovversione globale, volta a creare un governo mondiale al di sopra degli Stati nazionali, attraverso strumenti quali crisi economiche, incoraggiamento a formazioni terroristiche e sovversive, abbattimento di governi per mezzo di golpe e intrighi, utilizzo di Istituti, Associazioni ed Enti di copertura per penetrare i gangli vitali delle Nazioni che si intende gettare nel caos. Si pensi al Tavistock Institute, braccio operativo di primaria importanza in tema di guerra psicologica, vera e propria incubatrice dell’estremismo islamico mediorientale sotto le mentite spoglie di istituzione dedita allo studio del group behaviour e dell’organisational behaviour, ovvero del comportamento di gruppo e del comportamento organizzativo (tutti eufemismi per indicare il controllo psicologico delle masse). Bernard Lewis, prodotto di questi crogioli, si può quindi definire l’ispiratore di Huntington, specie della sua opera The clash of civilization. Come Lewis, anche il politologo statunitense è ben introdotto in certi ambiti: il suo articolo dal titolo The clash of civilization?, dal quale prese poi le mosse l’omonimo libro, venne pubblicato nell’estate del 1993 proprio da Foreign Affairs, organo del CFR. La fabbricazione a tavolino di un nemico da combattere è dunque l’asse portante delle politiche di questi centri di potere, che hanno in Lewis e in Hunthington i loro principali ideologi. Accanto a questo elemento, in funzione anzi perfettamente complementare ad esso, si situano le azioni di destabilizzazione e “libanizzazione” degli Stati nazionali, specie di quelli riottosi ad accettare il Nuovo Ordine Mondiale e i suoi diktat, i quali vanno smembrati lungo le faglie confessionali ed etniche ad essi afferenti, in modo da indebolirli e da renderli ricattabili dinanzi al potere finanziario e militare dell’Impero. Questa strategia l’abbiamo vista all’opera, con esiti ben noti, in Urss, Jugoslavia, Libano, Irak, Libia, Siria e via elencando. Si mettono l’uno contro l’altro popoli e comunità religiose, vissuti magari per lungo tempo in completa o relativa armonia nei confini di un unico Stato pluriconfessionale e multietnico, per poi dominare sul deserto di stati e staterelli venutisi a formare. Il divide et impera tanto caro ai romani, insomma.
La Siria ne è un esempio eloquente. Quel che oggi avviene in quel Paese non è una novità: nel 1957, infatti, i servizi segreti americani e inglesi misero a punto un piano di destabilizzazione della Nazione siriana, denominato A Collision Course for Intervention («Una rotta di collisione per l’intervento»). In poche parole, si trattava di provocare attentati terroristici, situazioni di tensione estrema, sabotaggi dentro e fuori dai confini siriani, in maniera tale da rendere giustificabile e anzi necessario un intervento militare, con conseguente rovesciamento del legittimo governo e tribalizzazione del Paese. Quanto sia attuale questo vademecum, lo abbiamo visto e lo vediamo chiaramente da almeno quattro anni, con il comportamento tenuto dalla Perfida Albione e dalla sua ex colonia d’Oltreoceano nei riguardi di Assad, del suo legittimo governo e del Baath. Usa, Inghilterra e gran parte dell’Occidente vogliono mettere le mani sulla Siria e sul Medio Oriente in generale, per controllarne le risorse direttamente, privandosi anche di quei satrapucci tutti folklore e bella vita sempre utili alla NATO ed i suoi alleati. Questo è noto. Come è noto che la ricolonizzazione del Medio Oriente serve a garantirsi una postazione utile per contenere la Russia e la sua voglia di riemergere come attore nell’area. Meno noto è che, nella strategia “mondialista” dell’Impero, all’interno della quale hanno un peso le simbologie e le prassi massoniche, il solve et coagula che distrugge ogni sovranità nazionale, in nome dello scontro di civiltà, per poi riunire Nazioni e genti sotto lo scettro del Nuovo Governo Mondiale dei banchieri e dei finanzieri, passa anche per lo scatenamento di migrazioni di massa, specie verso quei Paesi che rappresentano il ventre molle dell’Impero e che debbono essere sempre tenuti d’occhio, affinché continuino ad obbedire e scattare sull’attenti ad ogni sbatter di tacchi del padrone coloniale. Perciò l’espansione del Califfato, sedicente islamico, serve non solo a destabilizzare il Medio Oriente e a spingerlo nel baratro di un confessionalismo deteriore, consentendo poi all’imperialismo di papparsi le ricche risorse di cui rigurgita in un sol boccone, ma anche ad altri obiettivi, che ci riguardano da vicino: 1) minare alla base l’Europa e ogni sua residua velleità di resistenza al Nuovo Ordine Mondiale, con flussi migratori sempre più massicci e disordinati che causano tensioni all’economia e incidono sul livello di vita dei cittadini, flussi usati come grimaldello per inasprire la tensione sociale e mettere in discussione le più importanti conquiste sociali (non è un caso che, in coincidenza con gli ultimi movimenti migratori, la Francia si appresti a ridiscutere al ribasso il salario minimo); 2) rilanciare l’immagine dell’Occidente come fortezza di valori da difendere contro i “nuovi barbari”, mettendo la mordacchia ad ogni opposizione sociale e ad ogni fermento di indipendenza geopolitica dall’Impero; 3) infliggere un vulnus sempre più forte a ciò che resta della sovranità degli Stati europei, poiché se si determinano esodi biblici, chi li ha causati con l’incoraggiamento del fondamentalismo islamico avrà sempre buon gioco a dire che i governi, da soli, non riusciranno mai ad affrontare le emergenze e che, pertanto, occorre una superiore governance planetaria che detti indirizzi e scelte; 4) stabilire, nel cuore dell’Europa, centrali terroristiche e sovversive di matrice jihadista, capaci di ricattare i governi, come lance infilate nel costato del Vecchio Continente e manovrabili a piacere dagli strateghi dell’Impero contro chiunque tenti alzate d’ingegno contro gli interessi dell’oligarchia mondialista; 5) ingenerare odio e barriere tra culture diverse, con indebite generalizzazioni, anche quando queste potrebbero confrontarsi, dialogare e riconoscersi su alcune piattaforme comuni d’azione.
La campagna di stampa contro il Governo di Orban, qualunque sia il giudizio sul suo operato e sulle sue linee programmatiche, è vergognosa proprio per questo. Difatti le forze progressiste della galassia comunista magiara, le quali di certo non fanno sconti al governo sull’eredità storico-politica e su altri contenuti basilari, sulla difesa dei confini e della sovranità dello Stato si sono levate in un sol coro a difesa del premier. In Italia, invece, la falsa dialettica tra una destra razzista in maniera becera e funzionale al mondialismo e una sinistra incapace di vedere, dietro all’immigrazione sempre più massiccia, un chiaro disegno imperialista e sovvertitore, ha impedito e impedisce di alzare il tiro per rilanciare alcuni temi che metterebbero spalle al muro le centrali del mondialismo e della sovversione atlantica almeno sul nostro territorio nazionale. Del resto, vicende come quella di Roma Capitale, dimostrano che diverse forze politiche, siano esse di destra o di sinistra, dall’immigrazione traggono lauti profitti e rendite, al di là della strumentale e falsa divisione tra chi è favorevole o contrario all’immigrazione.
In questo panorama, pochi riflettono sul fatto che l’immigrazione selvaggia, vero e proprio espianto di popoli, a differenza di un flusso gestito, ordinato e rispettoso della dignità di tutti, nonché di una cooperazione internazionale seria e partecipata, conviene solo ai fautori del Nuovo Ordine Mondiale, anzi rappresenta il secondo manico della loro tenaglia ideologica, assieme allo scontro di civiltà. Lo hanno capito i comunisti russi, lo hanno ben compreso i comunisti ungheresi. In Italia, da questo punto di vista, è ancora buio pesto e, sapendo ciò, i burattinai del sistema continuano a fregarsi le mani soddisfatti, contando su una finta destra e una finta sinistra omologate al mondialismo.

Luca Baldelli