
La ventunenne di Prato Rachele Risaliti ha vinto Miss Italia 2016, una delle edizioni più deludenti della manifestazione, tanto dal punto di vista degli ascolti che della qualità dello spettacolo. Gli encomiabili sforzi di Francesco Facchinetti sono risultati vani.
Quando nel maggio del 2013, cioè a pochi mesi dall’evento, la Rai aveva annunciato la rinuncia alla trasmissione, l’organizzatrice Patrizia Mirigliani aveva protestato molto. Poi era giunto l’accordo con La7 che da allora ha mandato in onda il concorso. In quel frangente Laura Boldrini aveva definito la scelta della Rai “moderna e civile”, ma è probabile che a dettarla siano stato piuttosto ragionamenti d’altro genere: si trattava d’un prodotto televisivamente superato, quindi un cattivo investimento.
Dell’edizione 2015 si era parlato molto soltanto quand’era finita per le dichiarazioni della neoeletta Alice Sabatini sulla Seconda Guerra Mondiale, argomento ancora straordinariamente divisivo in Italia. Le strumentalizzazioni e le aggressioni verbali, come sempre quando si tocca il tema in questione, non erano mancate. Quest’anno è andata male, poiché Paola Torrente, la ragazza formosa (rifiutiamo l’orrendo barbarismo “curvy”) che vincendo avrebbe potuto far parlare di “una svolta nella lotta contro l’anoressia”, è arrivata soltanto seconda.
Nel 2000 un’importante rivista medica statunitense aveva pubblicato uno studio sulle caratteristiche antropometriche delle vincitrici di Miss America dal 1992 al 1999: dopo aver ottenuto dagli archivi del concorso i dati necessari, gli sperimentatori avevano calcolato il BMI, indice di massa corporea, di ogni reginetta. L’indice si ottiene dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza espressa in metri. I risultati mostravano una tendenza alla diminuzione del BMI nel tempo, tanto che molte vincitrici si potevano definire denutrite secondo i criteri dell’OMS, presentando un valore minore di 18,5. Nei soli otto anni considerati l’altezza delle vincitrici era aumentata del 2%, ma il peso diminuito del 12% (Rubinstein, S., Caballero, B. Is Miss America an undernourished role model? – Journal of the American Medical Association, vol. 283, 12, 1569, 2000).
L’impatto della moda, della pubblicità e quindi dei concorsi di bellezza sulla diffusione dei disturbi alimentari è assodato, ci auguriamo allora che il buon piazzamento della ragazza succitata segni comunque un’inversione di tendenza. La storia, in particolare quella dell’arte, rivela che i canoni della bellezza fisica sono cangianti, ma che il ventesimo secolo ha portato in occidente una modificazione profonda dello stesso concetto: la bellezza è cioè definita come una caratteristica tutta del corpo, indipendente dalle altre caratteristiche che rendono apprezzabile una persona. Quella che oggi può sembrare un’ovvietà rappresenta invece un’idea molto moderna, sviluppatasi solo dagli anni sessanta in poi. Fino ad allora, la bellezza esteriore era considerata un segno di quella interiore, legata alla bontà e alla verità (Marwick, A., ‘Beauty in History; Society, Politics and Personal Appearance, c. 1500 to the Present’, Thames and Hudson, Gloucester, 1988).
Considerare la bellezza come attributo del tutto indipendente rende di fatto stucchevoli concorsi che durino più di pochi minuti: la giuria potrebbe guardare le candidate e giudicare subito, senza troppe moine. Un’intera serata sarebbe già troppo lunga, figuriamoci tre. Una volta il concorso di bellezza in televisione aveva per i giovani maschi la stessa funzione delle pagine dedicate all’intimo femminile da Postal Market, il catalogo di merci da vendere per corrispondenza fallito nel 2015. Erano tempi in cui procurarsi dei giornaletti porno non era così facile se non ne avevi l’età. Oggi sulla rete si può trovare tutto il porno e tutti i cataloghi che si possono desiderare e…molto di più. Cosicché i concorsi hanno un pubblico sempre più sparuto e in maggioranza femminile.
La psicologia sociale però ci suggerisce che questo modello di bellezza come attributo indipendente, seppur molto forte da un punto di vista sociale, è però ben lungi dall’essere interiorizzato dalla maggioranza delle persone. Il fatto è che le prime impressioni contano, perché creano il cosiddetto “effetto alone”, ovvero la tendenza a codificare in maniera differente tutte le informazioni successive. La stessa frase ci sembrerà “un po’ più intelligente” se profferita da qualcuno che ci ha fatto una buona impressione iniziale e “un po’ meno” nel caso di prima impressione gradevole. E la bellezza esteriore, che lo si voglia o no, è uno dei mezzi più efficaci di dare una prima impressione migliore.
Questo vale sia per gli uomini che per le donne e a qualunque età: se già un neonato giudicato attraente tende a ricevere più attenzioni e a venire considerato più gestibile, non sorprende che la bellezza valga come buon predittore del successo scolastico prima e lavorativo poi. E non è vero neanche che “i gusti sono gusti”: dalla ricerca emerge piuttosto una tendenza all’uniformità di giudizio da parte di fonti indipendenti (Costa, M., Corazza, L., ‘Psicologia della bellezza’, Giunti, Milano, 2006).
La bellezza non basta, ma conta. E per le donne conta ancora più che per gli uomini. Soprattutto per loro, però, può rivelarsi un’arma a doppio taglio, poiché può attirare anche sguardi indesiderati, ma ancor di più perché comporta più spesso di quanto si possa pensare a dei sensi di colpa nei confronti delle meno belle. La bellezza è pensata come il frutto di mera fortuna, mentre intelligenza e bontà sarebbero più “meritate”.
Ma è un errore: la bellezza avvantaggia da una parte, ma dall’altra dev’essere coltivata e comporta delle responsabilità, proprio come ogni altro dono.
Michele Orsini
