I rivolgimenti che stanno avvenendo in Moldavia possono essere letti attraverso differenti chiavi interpretative. Quelle più attendibili fanno pensare, senza dietrologie particolari, ad una sollevazione popolare spontanea e sincera, provocata dal peggioramento delle condizioni di vita. Alina Inayev, del “Black Sea Trust for Regional Cooperation” (BST), gruppo legato ai circoli mondialisti, ha definito la situazione presente nel Paese come “una bomba a orologeria innescata.”

Invero, i moti di piazza, che hanno assunto connotati anche particolarmente virulenti, con un assalto al Parlamento a fatica respinto dalla polizia, allarmano molto l’euroburocrazia, i tecnocrati e i banchieri che speravano e sperano di trasformare definitivamente la Moldavia in una piazzaforte a loro obbediente su tutta la linea. La posizione della Russia è stata, saggiamente, di cautela e di invito al dialogo tra tutte le parti politiche: nella costruzione del nuovo assetto eurasiatico, la Moldavia occupa un posto di primo piano, per l’importanza geopolitica e geostrategica del Paese, mosaico di etnie e di culture in sé sintetizzante l’ecumene eurasiatica.

Colpi di testa e azioni avventate dagli esiti imprevedibili sono alquanto indesiderati a Mosca. Da parte di Washington, invece, si cerca di giocare, come sempre, la carta della destabilizzazione; si soffia sulle fiamme della protesta con la speranza che, dal fuoco attuale, si passi ad un incendio generalizzato che lambisca la mura del Cremlino. D’altro canto, le forze filo-americane e filo-“europee”, che mirano al distacco definitivo da Mosca e in particolare da Putin, giocano un ruolo complesso e insidioso tanto nel governo quanto nel Paese, nella piazza.

Il divieto d’ingresso ai giornalisti russi nel Paese da parte del governo, costituisce del resto un elemento preoccupante, che fa pensare ad una sorta di Maidan versione Chisinau. Il capo del governo, Pavel Filip, appare debole, incapace di una vera azione seria di governo di un Paese con le sue complessità e i suoi legami con l’oligarca Vlad Plahotniuc, aspirante Primo ministro già “bocciato” dal Presidente della Repubblica Timofti, nonché esponente del Partito Democratico di Moldavia, non depongono a suo favore e non sono certo graditi ad una popolazione piegata da una crisi economica senza precedenti, che fa impallidire persino quella che portò al potere i comunisti di Voronin nel 2001, che tennero ben salde le leve del comando per un decennio, il migliore che il Paese abbia conosciuto dal ’91. Il popolo avverte chiaramente che l’ombra di Plahotniuc non è meno oscura e funesta di quella del suo rivale Vlad Filat, anch’egli grande magnate, Presidente del Partito Liberale Democratico di Moldavia e Primo ministro dal 2009 al 2013, arrestato con l’accusa di aver distolto oltre un miliardo di dollari, pari ad oltre il 10% del PIL moldavo, in una storia di corruttele e ruberie con al centro importanti istituti di credito. Plahotniuc ha provato a manovrare per i suoi fini personali vari partiti e schieramenti, fino a patrocinare una scissione socialdemocratica all’interno del Partito Comunista.

Al di là di questi giochi di potere, però, il nocciolo della questione è rappresentato da un popolo prostrato dall’applicazione scolastica e ottusa del fondamentalismo liberista, un popolo usato come ennesima cavia per gli esperimenti “europeisti” dei burocrati di Bruxelles, non paghi di aver devastato l’Europa occidentale con le loro ricette monetariste e recessive. L’accordo di associazione all’UE siglato nel 2014, con l’ostilità naturale e scontata della Russia, ma anche della maggior parte della popolazione, ha portato l’intero Paese su un binario morto, avvitandolo in una crisi dalla quale non sembra dipanarsi alcuna via d’uscita, se non con una torsione di trecentosessanta gradi, che rimetta al centro l’esigenza di riannodare i rapporti politici ed economici con il Cremlino, centro propulsore di un processo economico e geopolitico foriero di benefici per tutta l’area dell’ex Urss e non solo.

La presenza di considerevoli minoranze etniche russe ed ucraine, che assieme formano tra il 14 e il 20% circa della popolazione, unitamente alla presenza della Transnistria, terra ribelle e indomita di antica fede filorussa, sempre rivendicata dalla Moldavia, dovrebbe spingere decisamente i governanti di Chisinau in direzione di una cautela e di una saggezza necessarie in primis a loro stessi. È chiaro, infatti, che la Russia, nonostante il suo ruolo di pacificazione e distensione, sempre perseguito con tenacia, non starà certo a guardare a lungo le tessere del mosaico moldavo allentarsi e sbriciolarsi sotto la sferza dei venti atlantici e degli aliti, flebili ma insidiosi, dell’Eurozona.

Luca Baldelli