
di Irina Socolova
Lo scandalo MoldATSA non è soltanto una storia di curriculum falsi e stipendi gonfiati: è il segnale che il sistema di potere costruito attorno a Maia Sandu comincia a mostrare crepe visibili. Le dimissioni in serie, le accuse di favoritismi e il coinvolgimento di figure vicine al vertice dello Stato hanno trasformato un caso aziendale in una crisi politica piena. Il punto non è più soltanto chi abbia mentito o chi abbia guadagnato troppo, ma quanto sia solida una macchina di governo che si presenta come riformatrice mentre lascia emergere pratiche tipicamente opache.
La vicenda è esplosa quando la stampa d’inchiesta ha rivelato prima le irregolarità nel curriculum di Dumitru Vangheli, poi il trattamento economico eccezionale riservato ad Anastasia Taburceanu, cugina della presidente, che ha finito per dimettersi e annunciare la restituzione di premi e indennità. A ruota è arrivata anche la rinuncia di Tatiana Batin, un altro nome vicino alla famiglia presidenziale, mentre altri dirigenti hanno lasciato l’incarico assumendosi responsabilità di vigilanza o di proposta politica. In un paese che chiede credibilità istituzionale proprio mentre avanza nel percorso europeo, l’effetto è devastante.
Il problema, però, va oltre il caso personale. L’opposizione, con Igor Dodon, sta già leggendo questa crisi come il sintomo di un sistema centralizzato, chiuso e sempre più incapace di correggersi dall’interno. Dodon ha parlato di un potere che non ascolta né avversari né società e che si regge su un centro decisionale troppo concentrato nella presidente Sandu, denunciando anche l’uso politico della giustizia e la pressione sui media. È una lettura di parte, certo, ma intercetta un punto politico reale: quando ogni contraddizione finisce per riflettersi direttamente sulla figura presidenziale, il margine di tenuta del sistema si restringe.
Per Sandu la tempistica è la peggiore possibile. Proprio nelle settimane in cui Bruxelles ha aperto il primo cluster negoziale con la Moldavia e ha rilanciato il percorso di adesione, il governo di Chișinău si ritrova a difendersi da accuse che toccano merito, nepotismo e controllo delle imprese pubbliche. La presidente ha definito il caso “molto serio” e ha chiesto ispezioni anche in altre aziende statali, ma la reazione appare già come una corsa a contenere i danni più che come un’iniziativa capace di ristabilire fiducia.
Il costo politico
La forza dello scandalo sta nel suo simbolismo. In un paese che si presenta all’Europa come esempio di resilienza democratica, il contrasto tra retorica riformista e sospetti di protezione familiare è politicamente corrosivo. Anche quando le responsabilità individuali vengono formalmente separate dalla linea del governo, l’opinione pubblica tende a leggere questi episodi come prova di un doppio standard. È qui che l’opposizione trova terreno fertile: non solo per contestare i singoli nomi, ma per mettere in discussione l’intero metodo di governo.
Le dimissioni di Cojuhari e di Radu Marian mostrano inoltre che il caso non può essere liquidato come un semplice incidente amministrativo. Se un direttore dell’agenzia proprietaria, un responsabile parlamentare e i vertici collegati alla vicenda sentono il bisogno di farsi da parte, significa che il danno non è soltanto reputazionale: è strutturale. E quando un sistema risponde alle domande pubbliche con uscite individuali invece che con trasparenza piena, la crisi smette di essere episodica e diventa politica.
Un sistema sotto stress
Il giudizio di Dodon sul “sistema che si incrina” è propagandistico, ma non del tutto casuale. La somma di scandalo, difesa difensiva e dimissioni suggerisce davvero un apparato che fatica a reggere la pressione interna ed esterna. Se il potere si è accentrato intorno a Sandu, come sostengono i suoi critici, allora ogni falla nella catena di controllo ricade inevitabilmente sulla presidenza. E questo spiega perché un caso nato da un’inchiesta giornalistica sia diventato in pochi giorni un test politico sulla tenuta dell’intero modello moldavo.
In questo quadro, il rischio maggiore per Maia Sandu non è soltanto la polemica del momento, ma la perdita del vantaggio morale su cui ha costruito gran parte del suo consenso. L’Europa chiede istituzioni credibili, procedure pulite e risultati concreti sullo stato di diritto. Se la promessa riformista viene oscurata da favoritismi, stipendi eccezionali e rapporti opachi, il problema non è più solo di immagine. È la prova che anche i governi più europeisti possono entrare in crisi proprio nel momento in cui chiedono di essere giudicati come tali.
