I telegiornali raccontano di morti ad ogni edizione: c’è la cronaca nera, ci sono i resoconti di guerra, ci sono le celebrità il cui decesso diventa notizia d’apertura d’un notiziario dopo che loro, in vita, mai avevano ricevuto tanto spazio, perché magari erano noti solo ad un pubblico di nicchia. C’è chi evita sistematicamente i telegiornali “perché danno solo cattive notizie” e, tra queste, le morti costituiscono una parte alquanto rilevante.
In particolare quest’estate, periodo che si vorrebbe più spensierato, siamo subissati da notizie di terribili eventi che provocano molti morti: atti di guerra o terroristici, disastri naturali, incidenti. Poi ci sono gli avvenimenti che portano alla morte di una sola persona, alcuni dei quali ricevono un’attenzione enorme, perfino difficile da comprendere per quanto risulti superiore a quella dedicata, in precedenza, a casi analoghi: pensiamo ad esempio al povero Lamberto Lucaccioni e al “caso-Cocoricò”, che risale a soltanto un mese fa, ma che sembra sia stato già dimenticato.
Per qualche giorno si era scatenata la polemica, si erano minacciati e/o promessi cambiamenti epocali, poi la cosa si è sgnonfiata, forse perché dopo aver seguito l’associazione d’idee discoteca-droga-morte, nel breve arco di un paio di settimane i giornali hanno riferito della morte di un ragazzo in discoteca per cause naturali, di quella incredibile del giovane colpito, in una discoteca all’aperto, da un costone di roccia caduto da una collina sovrastante, infine della ragazzina morta per un mix fatale di droga e alcolici, ma in spiaggia: politici e giornalisti ammutoliti, gli è saltato lo schemino!
Ma era inevitabile, qui non esistono schemi, sulla morte decide solo il destino, non a caso l’ora della morte è “fatale”: il problema è che nell’attuale cultura occidentale di ciò si fa fatica a parlare. Jean Baudrillard già nel 1976, nell’opera ‘Lo scambio simbolico e la morte’ faceva notare che al tabù relativo al sesso, svanito grazie all’opera di Sigmund Freud, si era sostituito il tabù della morte, la nuova pornografia di fronte alla quale far chiudere gli occhi non solo ai bambini, ma a tutti. Non è un caso che quest’epoca sia anche quella degli eterni adolescenti: diventare adulti significa anche, forse soprattutto, diventare consapevoli della propria caducità e di accettarla.
Potrebbe sembrare che esista una contraddizione tra il tabù della morte da un lato e la sua continua spettacolarizzazione dall’altro, ma in realtà la morte censurata non è quella degli altri, lo è soltanto la propria: allora la scena di un film o la notizia appresa a mezzo stampa può non dare troppo fastidio, poiché può essere o perlomeno sembrare lontana o fasulla. Del tutto diversa è la reazione che si ha alla morte di qualcuno con cui si ha avuto a che fare di persona, con una distinzione di fondamentale importanza: dire addio ad un caro può essere straziante, necessitare di un lutto che può essere anche lungo, senza per questo essere per forza patologico, eppure anche la scomparsa di un semplice conoscente può risultare destabilizzante, anche se non ci fa soffrire, né pensare che il defunto ci mancherà; il fatto è che a differenza di ciò vediamo nei telegiornali riusciamo davvero a percepirla come un fatto reale, che ci ricorda che toccherà anche a noi, costringendoci proprio a quei pensieri che si tenta in ogni modo di evitare.
La letteratura scientifica in campo psicologico parla di casi di ‘tanatofobia’, ovvero di una paura ossessiva della morte, che può insorgere in seguito a traumi subiti, oppure essere un segno di nevrosi. Nei casi più severi il soggetto tenterà di evitare tutto ciò che costituisce un riferimento, anche lontano, alla morte. Per essere patologica la paura deve avere però la caratteristica dell’ossessività, senza la quale altro non è che l’espressione di una normale preoccupazione per chi ci sta intorno oppure, nel caso di preoccupazione per se stessi, di un sanissimo istinto di sopravvivenza!
La nostra società si può definire tanatofobica e uno dei principali motivi è facile da individuare: non si crede nella vita ultraterrena. Se pensiamo al caso italiano, potremmo dire che i molti cattolici, se interrogati sul tema, direbbero di crederci, ma quanti ne sono fermamente convinti e quanti rispondono così solo per farsi coraggio o perché ritengono blasfemo dire il contrario? E’ probabile che solo pochi decenni fa le cose stessero diversamente e che ci credessero in molti, ma ora non più. Al di là del fatto di sapere, o credere di sapere, cosa ci accadrà dopo la morte è facile immaginare che chi davvero è convinto di una vita nell’aldilà ne sarà meno spaventato, sempre che non si stia comportando male e tema il giudizio finale: che molti sedicenti uomini religiosi ci credano poco sembrerebbe però confermato dai loro comportamenti.
Le persone certe che con la loro morte fisica la loro esistenza terminerà per sempre, potrebbero trovare comunque un senso nell’appartenenza a una comunità, intesa come organismo vivente che trascende i suoi membri e sopravvive alla loro morte: potrebbe trattarsi di una comunità familiare, politica, nazionale. Ma quest’epoca individualista è nemica di ogni forma comunitaria, quelle incarnate da chiesa, famiglia, partito e nazione sono tutte in qualche modo messe in discussione, se non addirittura attaccate. Per un individualista ateo il pensiero della morte e il senso di vuoto che esso comporta, che per molti potrebbe essere peggio anche dell’idea dell’Inferno, può risultare ancora più spaventoso. Eppure non è consigliabile evitarlo, potrebbe risultare invece utile riflettervi, poiché potrebbe permettere di capire che cos’è davvero importante per ognuno di noi. Però si dev’essere capaci di affrontare in profondità questi ragionamenti senza farsi prendere dall’angoscia, quindi è consigliabile iniziare a farlo quando si è ancora forti e non si sente la fine come troppo vicina: da giovani.
Il pedagogista italoamericano Leonardo Felice Buscaglia, che ha insegnato a lungo alla prestigiosa USC (University of Southern California), proponeva uno strano compito ai suoi studenti, diceva loro di scrivere tutto quello che avrebbero fatto sapendo di avere ancora cinque giorni di vita e poi, quando avevano finito, chiedeva loro: “allora, cosa state aspettando?”. Al di là dei gesti apotropaici che può suscitare, un simile esercizio ha il pregio di far pensare “come se” fossimo certi della morte vicina, ma senza il carico di angoscia che ciò comporterebbe se fosse vero.
Smettere di evitare il pensiero della morte, oltre che per i singoli, sarebbe auspicabile anche per la collettività ed avere un valore di prevenzione se, come affermava Baudrillard, l’aver reso la morte una cosa oscena ha creato i presupposti perché essa potesse esercitare su alcuni un sinistro richiamo, allora questi individui, nella maggior parte dei casi giovani, essendo attratti da qualcosa che non sono però capaci di pensare, potrebbero ricercarlo pur senza ammetterlo neppure a se stessi, mediante quei tipici comportamenti a rischio che molte volte facciamo fatica a spiegarci.

Michele Orsini

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