
Il 4 dicembre 2016, a prescindere da come vada, sarà una data da ricordare. All’evento della tornata elettorata che chiama gli italiani a votare il referendum sulla riforma costituzionale si aggiungerà infatti anche la tornata elettorale austriaca, con il ballottaggio-bis delle presidenziali, le quali vedranno sfidarsi il candidato del FPOE, Norbert Hofer e quello dei Verdi, Alexander Van Der Bellen. Due modi diversi e opposti di vedere l’Austria e l’Europa. Inoltre il popolo cubano darà l’ultimo saluto ad un grande personaggio del ‘900, il comandante Fidel Castro.
Nella stessa data il popolo è chiamato al voto anche fuori dall’Europa. In Uzbekistan si dovrà stabilire infatti colui che nei prossimi sette (o presumibilmente quattordici) anni sarà il successore di Islom Karimov, moderno Padre della Patria uzbeka sin dalla sua indipendenza nel ’91, venuto a mancare lo scorso settembre a 78 anni per un’emorraggia cerebrale.
La successione alla presidenza è stata organizzata da Tashkent seguendo i crismi di una regolare elezione democratica. Il governo si è infatti impegnato a garantire ad ogni cittadino uzbekistano il diritto al voto nella più totale trasparenza, oltre alle pari opportunità per ogni partito candidato alle presidenziali. Alla missione OSCE incaricata dallo scorso 28 ottobre di osservare la regolarità della tornata elettorale faranno parte ben 13 paesi, inclusa l’Italia. A capo della missione il diplomatico svedese Johan Peter Traugott Theiler
I candidati alla presidenza sostenuti dai propri partiti sono quattro, corrispondenti ai quattro gruppi che ad oggi siedono nell’Oliy Majlis, il Parlamento uzbeko. Shavkat Mirziyoyev, attuale presidente ad interim e successore di Karimov, è naturalmente il favorito, anche alla luce del fatto che il suo partito, l’UzLiDeP è anche il partito di maggioranza in parlamento.
Per quanto riguarda gli altri candidati, l’Adolat, partito socialdemocratico fondato anni fa dal giornalista Anvar Juraboev difficilmente può avere i numeri per aspirare alla presidenza e il suo candidato, Nariman Umarov si presento già alle elezioni del 2015, ottenendo soltanto il 2% di preferenze. L’alleato parlamentare dell’UzLiDeP, il Partito Democratico di Uzbekistan “Milliy Tiklanish” (trad.:”Risveglio Nazionale”) di orientamento conservatore e nazionalitario potrebbe avere invece diverse chances, rappresentando una fascia molto eterogenea della popolazione, dalla classe media intellettuale ai lavoratori autonomi. Il suo candidato, Sarvar Otamurodov, potrebbe rappresentare, in un periodo in cui le sinistre in tutto il mondo fanno fatica, una sorpresa in delle elezioni che molti danno per scontate. L’attenzione che questo partito dà da anni all’identità nazionale uzbekistana potrebbe fare la differenza. Tuttavia parlando in chiave squisitamente geopolitica il Milliy Tiklanish è anche una delle forze politiche che in passato sono state maggiormente critiche nei confronti della Russia e dell’Unione Economica Eurasiatica. Il che potrebbe essere un problema per un partner come Mosca, ma ci torniamo.
Per quanto riguarda il principale partito di opposizione, il Partito Democratico Popolare d’Uzbekistan, con Khotamjon Ketmonov ha un consenso sicuramente superiore al suo alleato di centro-sinistra Adolat. Il PDPU ha dalla sua il punto di forza di rappresentare quelle fasce della popolazione che hanno beneficiato meno dei programmi di sviluppo della Presidenza Karimov, che si evince soprattutto dalle divergenze campo economico. Il partito fondato da Karimov stesso nel ’91 propugna nel suo programma una visione economica maggiormente legata allo statalismo e al rafforzamento del welfare state, in controtendenza con il moderato liberalismo del Partito Liberal-Democratico di Uzbekistan.
In sintesi Tashkent si prepara nel dopo Karimov a fornire una nuova percezione dell’Uzbekistan agli osservatori occidentali, ma se per il dopo Karimov la parola d’ordine sarà quella della modernizzazione con una maggiore apertura agli investimenti e ai mercati, quasi certamente anche il prossimo presidente agirà nel segno della continuità.
La posizione peculiare dell’ex repubblica sovietica, paese doppiamente senza sbocco al mare nel bel mezzo dell’Asia Centrale, induce chi lo guida a considerazioni di tipo strategico. In un nostro precedente articolo avevamo analizzato come l’ex presidente Karimov avesse sapientemente riuscito a dare a Tashkent una dottrina dell’equidistanza che gli ha permesso di crescere negli ultimi dieci anni dell’8% di PIL/annuo.
Sebbene vicende come quella di Andijan abbiano come sappiamo messo in crisi i rapporti con l’Occidente, ora una nuova figura politica alla guida del governo potrebbe favorire una nuova fase di collaborazione, specialmente con il cambio di rotta che è avvenuto a Washington con l’elezione di Donald Trump. Tuttavia se da un lato è auspicabile che l’Uzbekistan sia in grado di attirare nel proprio paese nuovi e proficui investimenti, d’altro canto l’aspirazione a mantenere una certa stabilità sociale non può e non deve mancare di essere messa sullo stesso piano delle ambizioni economiche, dalla dirigenza uzbeka.
La preoccupazione per il futuro dell’ex repubblica sovietica deve aver colpito anche il vicino russo, il cui presidente, Vladimir Putin è stato il primo Capo di Stato a far visita al presidente ad interim Mirziyoyev lo scorso settembre. Durante l’incontro Vladimir Vladimirovich aveva reso omaggio alla tomba del defunto presidente augurandosi “che il paese continui ciò che lui [Karimov ndr] ha iniziato. Noi saremo il più fedele amico degli uzbeki e della dirigenza uzbeka”.
Belle parole quelle di Putin che difficilmente avranno un riscontro nella politica reale. Da sempre i rapporti tra Tashkent e Mosca vivono di alti e bassi. Il gigante russo come spesso capita nel contesto ex-URSS, con l’eccezione del Kazakhstan, è visto pur sempre con diffidenza per motivi storici. Infatti sebbene Putin nella visita a Samarcanda abbia sottolineato il lavoro di Karimov nel porre delle solide basi tra i due paesi, va evidenziato come non sempre Tashkent si presti volentieri ai progetti geopolitici ed economici di Mosca. Attualmente a conferma di ciò l’Uzbekistan non partecipa né all’Unione Eurasiatica (EEU) dopo aver fatto parte della Comunità Economica Eurasiatica (EurAsEC) fino al 2008 né dall’Organizzazione dell’CSTO, l’organizzazione militare di difesa fondata dagli stati della Csi che intervenne nel 2010 nella crisi kyrghiza, dalla quale è uscita nel 2012, probabilmente per incomprensioni sull’installazione di basi militari in Asia Centrale anche se ufficialmente non sono state fornite motivazioni per il dietrofront uzbekistano.
Se rispetto al progetto atlantico come a quello eurasiatico Tashkent fa valere la propria indipendenza e autonomia, è verso l’oriente asiatico che da parte uzbekistana vengono canalizzati i propri interessi. La Cina Popolare in particolar modo oltre a rappresentare ormai il primo partner economico del paese, con un interscambio totale di 4,56 miliardi di dollari, rappresenta anche un partner culturale e geopolitico: l’Uzbekistan partecipa infatti sia alla Banca Asiatica di Investimento per le infrastrutture (AIIB), della quale è membro fondatore, sia alla SCO. Nel 2012 è stato realizzato infatti il gasdotto che dall’Asia Centrale porta il gas uzbeko a Pechino, che oggi ha già raggiunto i 6 miliardi di metri cubi. Inoltre Cina e Uzbekistan condividono il patrimonio storico di Bukhara una volta porta di ingresso verso la Cina e regione importante della Via della Seta classica.
Cina a parte sono cresciute nel tempo partnership che sono destinate a diventare importanti per il paese, in particolar modo con la Corea del Sud, con la quale l’Uzbekistan ha intrapreso progetti di tipo energetico, oltre che naturalmente esportare verso Seul le materie prime ed il gas del quale il paese è ricco: ad oggi Seul è con il 16 percento di importazioni il terzo paese esportatore verso l’Uzbekistan dopo Russia e Cina. Non da meno in futuro potrà essere l’India di Narendra Modi, che ha aumentato di parecchio l’interscambio con l’Uzbekistan in pochi anni e al quale fornisce prodotti farmaceutici in cambio di energia e cotone. Senza dimenticare Turchia e Giappone.
In chiusura, il paese ha ancora molto da fare nella modernizzazione. Sebbene da dieci anni il ritmo di crescita è molto alto, negli ultimi due anni lo sviluppo economico ha rallentato. Secondo la Banca Asiatica di Sviluppo il paese di Karimov soffre per una mancanza della crescita del settore industriale, che porta a una scarsa copertura della domanda estera. Se si esclude l’allevamento del cotone, il pezzo forte della produzione uzbekistana, l’economia del paese è ancora troppo dipendente dall’esportazione delle materie prime, a conferma di quanto appena detto. Ciò fa il paio con una povertà ancora lungi dall’essere completamente sconfitta: alcune stime parlano del 14% di popolazione che si trova al di sotto della soglia di povertà. E nonostante il gruppo della banca mondiale ha previsto per il paese centro asiatico un futuro da paese industrializzato a reddito medio-alto entro metà secolo, gli sforzi da fare per ottenere un’evoluzione tale dell’economia del’Uzbekistan sono ancora tanti.
Come strategia di crescita il paese punta molto sugli investimenti stranieri, con l’istituzione delle aree di libero scambio, alle quali già il governo ad interim ha aggiunto un progetto di riforme che dovrebbero consentire alle aziende di fare meno i conti con la pressione burocratica, abolendo ad esempio i controlli a tappeto da parte dello Stato sulle aziende e tutelando la proprietà privata, in modo da consentire la libera impresa del paese. Da un punto di vista finanziario invece il governo si è impegnato a perseguire delle politiche monetarie volte a favorire le esportazioni.
Dunque chiunque sarà il prossimo presidente, presumibilmente Mirziyoyev, inevitabilmente si traccerà la strada già segnata da Karimov, considerando anche che da dieci anni a questa parte e con l’ingresso nell’orbita cinese le rivendicazioni etniche e religiose sono sotto controllo. L’allineamento di Tashkent verso Pechino finché restano le condizioni attuali è la strada più scontata se si prende in considerazione il fatto che il paese oltre ad essere fuori dalle istituzioni eurasiatiche propugnate da Mosca è rimasto ancora fuori dal WTO, seppur presente come osservatore.
L’Uzbekistan ha dunque bisogno per il momento soprattutto degli investimenti delle economie forti del continente asiatico, Russia compresa. Ricordiamo infatti che malgrado tutto esiste una forte tendenza uzbeka allo stanziamento in Russia in cerca di lavoro, lavoro che è diventato più difficile da ottenere, e che Mosca resta comunque uno dei maggiori partner dello Stato dell’Asia Centrale, nonostante gli investimenti e i rapporti commerciali siano negli ultimi due anni diminuiti. È perciò difficile per tali ragioni ipotizzare grosse sorprese da parte di Tashkent anche nel dopo Karimov.
Mirco Coppola
