Ci ricorderemo dell’attentato a Pahalgam, nel territorio dello Jammu e Kashmir, sotto controllo indiano ma rivendicato dal Pakistan, occorso lo scorso 22 aprile e costato la vita a 26 persone. Si diceva, da parte indiana, che la responsabilità ricadesse su di un fantomatico gruppo terrorista locale, il Fronte di Liberazione del Kashmir, espressione dell’intelligence pakistano. Da parte pakistana sono giunte soltanto smentite, e per la verità pure in India non tutti hanno creduto più di tanto alle accuse dei militari e dei governanti.

Narendra Modi è da una vita che a New Delhi tira la corda, ha una crisi in parlamento da gestire, ha diviso il paese esasperando lo scontro tra i suoi indù nazionalisti e le altre componenti etniche e religiose, musulmani per primi per non parlar poi dei Sikh, ma per il momento galleggia anche perché è un grande opportunista politico, che se la fa un po’ con tutti: porge il fianco agli americani, ai cinesi, agli iraniani, ai russi, fa il bastian contrario dentro i BRICS+ e i Non Allineati ma al contempo ci siede dentro e ne trae sempre tutti i vantaggi. E’ in pratica la stessa condotta di Abiy Ahmed dell’Etiopia, che mentre sta nei BRICS+ a battere cassa va a braccetto con USA ed Israele e ne porta avanti le peggiori politiche nell’Africa Orientale. Modi e la sua India, invece, lo fanno nella loro regione, Sud Est Asiatico e Indo-Pacifico. E’ il loro modo di scaricare verso l’esterno, e soprattutto verso i rivali storici, le loro tensioni interne.

Resta il fatto che il Pakistan non cercasse questa crisi, che è solo una volontà del tutto indiana, risultato del suo sciovinismo indù sempre più esacerbato. Anche in questo caso torna utile fare il paragone con l’altro compagno di casa BRICS+, l’Etiopia, che nella sua storia è passato sempre da un etnonazionalismo all’altro: un male drammatico, per un paese multietnico. Un giorno sotto il domino degli Amhara, un giorno dei Tigrini, un giorno degli Oromo, uno più estremo dell’altro nel portar avanti il proprio suprematismo etnico, ed ecco che alla fine s’è creato un paese perennemente instabile, dilaniato da tanti odi reciproci e collettivi. E anche per l’India, bene o male, la strada è quella. Tant’è che ora, con la sua Operazione Sindoor, l’India altro non fa che rispondere alle sue stesse provocazioni, facendole però pagare al Pakistan. Peccato, però, che non vi fossero prove del coinvolgimento pakistano nelle azioni terroristiche nel Jammu e Kashmir di due settimane fa, tanto che più di un elemento portava invece a vedere in quel misterioso Fronte di Liberazione una sorta di “lista civetta” dell’intelligence indiano. Insomma, una versione indiana, etnoreligiosa, della cara vecchia “strategia della tensione” già vista da tante altre parti, non solo a casa nostra ai tempi che furono ma oggi anche, per motivi neanche tanto differenti, in quell’Etiopia già più volte qui nominata.

Addirittura i pakistani hanno cercato di calmare le acque invitando la parte indiana a non prendere azioni avventate, e favorito il ruolo di mediazione di parti terze come gli iraniani, che con entrambi i paesi hanno buoni affari e legami; ma niente da fare, New Delhi ha un obiettivo di politica interna, da raggiungere a spese del vicino, e a quel punto ventitré minuti di missili e bombardamenti sul Kashmir pakistano ci possono pure stare, poco importa dei tanti morti e feriti. Tanto, sono pure musulmani e pakistani, quindi in un’ottica di nazionalismo etnico e religioso indù poco o nulla valgono. Peccato, però, che queste azioni comportino anche delle possibili reazioni, delle conseguenze che il Pakistan inevitabilmente sarà a sua volta costretto a prendere. Vedremo se le mediazioni basteranno, ma a questo punto entra in gioco anche un fattore di prestigio nazionale pakistano che l’India ha ferito e a cui, giustamente, una qualche risposta Islamabad vorrà e dovrà pur dare.

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