Paolo Borsellino: strage via D'Amelio

Per capire chi era Paolo Borsellino bastano soltanto 55 giorni. I 55 giorni più famosi della storia d’Italia. Il 23 maggio 1992, allo svincolo di Capaci, Giovanni Brusca e la cupola mafiosa palermitana retta da Salvatore Riina fanno saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, la seconda moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta.

Ebbene, parlare di Falcone significa inevitabilmente parlare di Paolo Borsellino, magistrato pure lui, palermitano doc, che inizialmente ha la passione per il diritto civile, ma si vede costretto a interessarsi di penale e di mafia dopo la morte di un altro cadavere eccellente. Quello del carabiniere tarantino Emanuele Basile, ammazzato nel maggio 1980 a Monreale.

Dopo la morte dell’amico di una vita – lui e Falcone hanno passato l’infanzia insieme, nati nel quartiere Kalsa di Palermo – Borsellino sa che ben presto toccherà a lui. Sa che è rimasto solo, ma nonostante questo non abbassa la testa, e non fa passi indietro portando avanti la lotta che aveva iniziato contro Cosa Nostra. Inizia a indagare su chi ha ucciso Falcone, sugli (eventuali) intrecci tra mafia e politica, riesce a capire anche chi è stato, e a quanto pare era pronto a parlarne anche con la procura di Caltanissetta.

Ma il suo tempo è scaduto. Perché il 19 luglio 1992, una domenica, salta in aria pure lui con il tritolo piazzato all’interno di una Fiat 126 parcheggiata dinanzi alla casa della mamma, in via Mariano d’Amelio, nella periferia del capoluogo siciliano. Con lui perdono la vita cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. 

È la strage di via D’Amelio. Dopo 55 giorni, appunto, un altro inferno si scatena in Sicilia. Un altro giudice ammazzato dal tritolo. È il punto più alto della sfida che la cupola mafiosa ha lanciato nei confronti dello Stato, e che si rinnoverà nel 1993 con le bombe a Roma, Milano e Firenze.

La famiglia Borsellino non accetta i funerali di Stato. Non vuole la rituale parata dei politici. Tanto più che anche alle esequie dei poliziotti, qualche giorno prima, il neo-presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, è trascinato a stento fuori dalla Cattedrale di Palermo, con il capo della polizia Vincenzo Parisi che gli fa da scudo.

Da quelle tragiche immagini sono passati 25 anni e, visti gli ultimi sviluppi sul fronte giudiziario, le domande che ci si pone sono sempre le stesse: chi sapeva che Borsellino il giorno dopo avrebbe dovuto parlare con la procura? Chi era informato che quella domenica pomeriggio sarebbe andato a casa della mamma? E che fine ha fatto l’agenda rossa che quel giorno aveva con sé? E tante altre. Naturalmente senza risposta.

Ma una in particolare rimbomba: la sua morte è servita a qualcosa? Sicuramente è diventato il simbolo di un certo tipo di antimafia, quella che forse oggi non esiste più. Incontaminata e pura. Che non arretra di un millimetro dinanzi alla criminalità e al modo di fare mafioso. D’altronde, come ebbe da dire Sciascia in modo critico, lui era professionista dell’antimafia. È l’emblema del Pool messo su da Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto. È il giudice che, assieme a Giovanni Falcone, si è chiuso all’Asinara a proprie spese per istituire il primo processo alla Mafia, il Maxiprocesso, appunto. Che ha condannato all’ergastolo tutti i corleonesi e quasi tutta la manovalanza del crimine siciliano. Si studia nelle scuole. Lo si ricorda nei dibattiti. Lo si racconta in televisione, con continue fiction (l’ultima va in onda sulla Rai proprio in questi giorni). Lo si cita come esempio per tutti, anche per altri magistrati che ne hanno ereditato la battaglia.

È allo Stato è servita la sua morte? Qui il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto. La risposta delle istituzioni c’è stata con arresti eccellenti che hanno decapitato i vertici di Cosa Nostra (Salvatore Riina, i fratelli Graviano, Gaspare Spatuzza, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, e tanti altri), continui sequestri di beni, l’apertura di nuove inchieste e l’adozione di nuove misure in materia di lotta alla criminalità organizzata.

Segnali e non dettagli, certo.

Ma come la mettiamo con quelle autorità pubbliche che hanno tentato (o forse lo hanno fatto davvero) di scendere a patti con i boss palermitani? E con tutti quelli che non vogliono farci sapere come sono andate effettivamente le cose quella domenica di 25 anni fa in via d’Amelio?

D’altronde, la verità è come il vetro. È trasparente se non è appannato…