Alla vigilia di ‘Ferragosto’ la ‘Presidente della Camera’ Laura Boldrini ha postato su ‘Facebook’ la sua intenzione di denunciare, d’ora in poi, coloro che la insulteranno o la minacceranno sui ‘social’, portando anche degli esempi, pubblicando cioè dei messaggi, davvero terribili, che ha ricevuto, con tanto di nome e cognome degli autori.

Già il 25 novembre 2016, in occasione della ‘Giornata contro la violenza sulle donne’, aveva pubblicato alcuni dei numerosissimi messaggi pesantemente insultanti che lamenta di ricevere con continuità da quattro anni e mezzo a questa parte.

Se denunciare è un suo sacrosanto diritto e ha tutte le ragioni di farlo, ci lascia perplessi l’idea che lo farà, come asserisce, “per incoraggiare tutti coloro, specialmente le nostre ragazze e i nostri ragazzi, che subiscono insulti e aggressioni verbali a uscire dal silenzio e denunciare chi usa internet come strumento di prevaricazione”.

Se dovesse denunciare quei signori, per così dire, che le augurano di venire violentata (è l’insulto che le viene rivolto più spesso), si tratterebbe della denuncia di una persona di potere nei confronti di qualcuno che non conta niente: giusto non lasciare impunito chi assume questi comportamenti, ma da qui ad ispirare le persone normali a trovare il coraggio di denunciare i prevaricatori, ce ne corre.

Spesso le discussioni sui ‘social network’ che sfociano in liti, oltre a denunciare la dilagante incapacità a confrontarsi senza insultare, denotano livelli di aggressività molto più alti che non quelle faccia a faccia, se non altro perché non sussiste la possibilità di portare lo scontro al livello della violenza fisica. Sono chiamati “leoni da tastiera” coloro che offendono sulla rete persone cui non avrebbero coraggio di dire nulla, se le avessero di fronte in carne ed ossa.

Ma c’è anche un’altra dinamica che spiega certi eccessi: il fatto che chi è dall’altra parte non viene vissuto come una persona e perciò non ci si preoccupa di poterlo ferire.

Molto spesso in queste circostanze si giunge agli insulti reciproci, poi la conversazione viene troncata e magari diventa l’ultima: se rappacificarsi è sempre difficile, in rete lo è di più.

Ci sono poi le situazioni più tristi, nelle quali la violenza è a senso unico: fatta dal carnefice, subita dalla vittima. Si dice ‘bullismo’ una forma di violenza caratterizzata, tra le altre cose, dall’asimmetria (https://www.opinione-pubblica.com/il-caso-della-dodicenne-di-pordenone-sul-bullismo-siamo-tutti-responsabili/).

Simili vessazioni sono state riscontrate in tutte le situazioni caratterizzate da ‘obbligatorietà relazionale’, dove cioè chi è maltrattato non può decidere semplicemente di andarsene, come a scuola, in famiglia, sul lavoro, in carcere, in ospedale, in casa di riposo ecc.

Per il cosiddetto ‘cyberbullismo’ le cose stanno in modo diverso: chiunque può decidere di disconnettersi in qualsiasi momento. Eppure vi sono persone che non ci riescono e devono rimanere collegate, anche a costo di subire cocenti umiliazioni: si tratta di soggetti fragili, che non riconoscono a se stessi nessun valore e quindi necessitano di aiuto psicologico.

Chi non reagisce a causa di pensieri disfunzionali come “me lo merito”, “non valgo niente”, “non posso farci niente”, ha bisogno di mettere in discussione tali idee malsane: vedere che una persona che è dotata di potere è capace di reagire può considerarlo giusto, ma purtroppo non può aiutarlo.