Donald Trump

Si è concluso da poche ore il terzo e ultimo dibattito televisivo negli Stati Uniti, che ha visto fronteggiarsi i due candidati Donald Trump e Hillary Clinton a pochi giorni dall’Election Day.

Un terzo round che si è svolto sulla falsariga dei precedenti, in linea con tutta la campagna presidenziale negli USA in questo 2016. La Clinton ha continuato a giocare il ruolo di paladina dei diritti umani riguardo ai temi dell’immigrazione e delle donne, mentre sull’altra sponda Trump ha continuato a giocare sul discorso Messico oltre a difendere il secondo emendamento.

Ma lo scontro è diventato acceso quando è stato chiesto al tycoon se avrebbe riconosciuto in caso di sconfitta, la vittoria di Hillary Clinton. Trump ha praticamente rinnegato le elezioni Usa definendo la Clinton “a nasty woman”. Una definizione che subito lo star system, sfacciatamente a favore dell’ex First Lady, ha rigirato come un insulto alle donne, ma che in realtà era un’accusa abbastanza chiara del candidato repubblicano sulla figura della Clinton, che getta delle ombre sulle imminenti elezioni presidenziali.

Un j’accuse di Trump che non può essere etichettato con superficialità, come sembrano fare la maggior parte dei media mainstream, come se fosse la solita sparata rocambolesca del tycoon. I sospetti dell’ormai isolato candidato Repubblicano (dal suo stesso partito sin troppo interessato ai venti di guerra che promette la Clinton) hanno in realtà più di un fondamento.

Dallo scandalo mailgate ai rapporti del suo cartello elettorale con le petromonarchie del golfo sino al caso Sanders, messo da parte dal partito malgrado alla Clinton mancassero ancora i numeri legali per trionfare alle primarie, non si può non sottolineare che la Clinton ha dalla sua non solo tutta la potenza di fuoco della propaganda Usa, praticamente tutta dalla sua parte, ma anche la benevolenza degli apparati federali, che l’hanno graziata nel caso delle mail private.

Alcuni analisti hanno tuttavia evidenziato come questa strategia del miliardario repubblicano potrebbe non funzionare, inducendo da un lato i sostenitori repubblicani a restare a casa, dall’altro potrebbe compattare i sostenitori democratici a favore della Clinton, compresi i delusi che avevano preferito Bernie Sanders (costretto da Obama a riconoscere la vittoria della Clinton e a non candidarsi per le presidenziali).

Trump ha probabilmente perso qualche colpo nei dibattiti televisivi, la sua dialettica ha mostrato sin troppo il fianco nel confronto con la Clinton, che con esperienza ha parato i colpi del populismo trumpiano, forse più abituata a questo tipo di confronti. Il tycoon dà infatti il proprio meglio davanti agli elettori, sia pure con qualche gaffe, e ora ha tempo di recuperare fuori dalle trappole della tv.

Va ricordato che malgrado i sondaggi dei media che lasciano spesso il tempo che trovano, Trump quando non è impegnato ad attaccare la Clinton ha la sua forza in alcuni temi cruciali per molti cittadini americani. A due settimane dall’Election Day Trump ha dalla sua ancora l’asso nella manica del business man che in un periodo di crisi delle fasce popolari Usa può essere fondamentale se il tycoon si adopererà per un piccolo cambio di strategia tornando ai temi che lo hanno reso popolare alle primarie: immigrazione, contenimento dei prodotti esteri, tasse, secondo emendamento.

Un cambio di rotta che in parte ci è già stato durante i confronti in tv: Trump che si era qualche tempo fa definito amico di Putin ancora una volta ieri ha affermato di non conoscerlo e che il Presidente russo non è un suo amico. Tuttavia il candidato repubblicano non ha mancato di usare anche il tema dei rapporti con la Russia per attaccare i democratici. Per Donald Trump infatti Putin “non ha rispetto per Clinton e Obama”, mentre da parte sua la Clinton ha ribadito che il repubblicano sia manovrato dai russi, definendolo “un pupazzo”.

Spenti i riflettori della tv è giunto il tempo delle piazze e della gente. Presto sapremo se gli Usa continueranno nella loro politica estera aggressiva, che li ha contraddistinti negli ultimi venticinque anni o assaggeranno anche a Washington la rivoluzione populista guidata dall’imprenditore immobiliare.

Mirco Coppola