Secondo il ‘Rapporto annuale sulla povertà in Italia’, pubblicato la scorsa settimana dall’Istat, il numero di persone in condizione di povertà assoluta nel 2015 è risultato quello più alto da un decennio a questa parte.

Secondo il documento l’incidenza della povertà assoluta è più o meno stabile rispetto agli ultimi tre anni per le famiglie, ma cresce se misurata in termini di persone: 7,6% della popolazione residente nel 2015, contro il 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013.

Per povertà assoluta si intende l’impossibilità di acquistare i beni e i servizi, necessari per uno standard di vita “minimo accettabile” nel contesto di appartenenza. La soglia sotto sotto la quale un individuo o una famiglia si considera in stato di di povertà assoluta rappresenta il valore monetario del cosiddetto ‘paniere’ di beni e servizi considerati essenziali: il problema è che stabilire cosa sia o non sia davvero essenziale è alquanto discutibile e lascia notevoli margini di discrezionalità.

La soglia della cosidetta povertà relativa adottata convenzionalmente, è comunque piuttosto bassa: viene considera povera una famiglia formata da due persone adulte con reddito complessivo inferiore a quello medio pro-capite del paese.

I dati dell’Istat non fanno altro che confermare un’impressione che la maggior parte delle persone condivide: dal  punto di vista economico il paese sta sempre peggio, come rivelano i consumi, scesi dal 2008 dell’11% per quanto riguarda i generi alimentari e addirittura del 28% per le spese per la salute e per le cure.

In un articolo di qualche mese fa (https://www.opinione-pubblica.com/i-soldi-fanno-la-felicita/) abbiamo dato conto dei risultati di uno studio scientifico, condotto da un ‘pool’ di psicologi ed economisti, che mostravano come il danaro porti benessere solo a chi lo sa spendere per acquisti “in linea con la propria personalità”: ne avevamo tratto la conclusione di essere di fronte dell’ennesima dimostrazione empirica dell’ovvio o, perlomeno, di qualcosa che la filosofia aveva affermato con migliaia d’anni d’anticipo.

Lo studio allora discusso prendeva in esame soggetti che disponevano di denaro, confrontando vari modelli di gestione dello stesso, senza fare confronti con situazioni d’indigenza, poiché i dati offerti dalla letteratura scientifica dimostrano in modo schiacciante un’ulteriore ovvietà, ovvero gli effetti nefasti che la povertà ha sull’umore e sul benessere psicofisico delle persone!

Alle persone che si trovano in difficoltà economiche possiamo solo consigliare di ragionare con sincerità sulle proprie responsabilità, ma di evitare assolutamente di colpevolizzarsi, per due ordini di motivi: primo, perché la situazione attuale è davvero difficile; secondo, perché si tratta d’un atteggiamento deleterio. La scarsità di danaro comporta già di per sè una serie di problemi concreti, non serve proprio a nulla aggiungervi dei ‘pensieri automatici negativi’ come “è tutta colpa mia” o “non ce la posso fare”, un pensiero sano è invece “la situazione è molto difficile, io farò del mio meglio, se poi dovesse andare male avrò la coscienza a posto” (vedi https://www.opinione-pubblica.com/la-crisi-e-la-balla-della-produttivita/).

Prendere in mano la propria vita, affrontare coraggiosamente le responsabilità, tentare di inventarsi una soluzione non significa comunque smettere di rivendicare i propri diritti, del resto anche chi oggi ha la fortuna di non essere in ambasce dovrebbe alzare la sua protesta, perché in un futuro potrebbe ritrovarsi in condizioni similari o, se non altro, per spirito di giustizia.

Chi lotta per risollevare le proprie sorti dovrebbe trovare motivo d’orgoglio nel fatto di dovercela fare con le proprie forze: se le istituzioni in generale non aiutano, nei casi peggiori mettono anche i bastoni tra le ruote ai propri cittadini.