Rosy Bindi, parlamentare del Partito Democratico, storico volto della sinistra italiana, e attuale Presidente della Commissione antimafia, ha finalmente detto quella verità che scardina tutta la giostra di dichiarazioni di Matteo Renzi. Nei vari talk show, salotti buoni, ci si interroga continuamente sul motivo del calo di consensi del Premier. Molti politici, giornalisti, hanno commentato in questo modo: l’elettorato si è accorto che le promesse di questo “messianico” uomo della provvidenza non possono esser mantenute, e si sono stancate di lui. Ma quali promesse? Cosa aveva detto Renzi agli italiani di tanto coinvolgente da attirarli nella sua rete?

Il linguaggio poteva apparire semplice, chiaro, accattivante: sburocratizzare, uscire dalla palude, rottamare, riformare, ripartire, et similia. La sua riforma principale, il jobs act, ossia quella concernente il mondo del lavoro, doveva facilitare l’ingresso nel mercato, renderlo ancora più flessibile, procurando migliaia di posti di lavoro ancora inesistenti. La tanto attesa riforma ha portato solamente licenziamenti indiscriminati (abolizione art. 18), precarietà garantita, abuso di voucher e di contratti a chiamata. Pertanto, se lo scorso anno, in questo periodo, trovare lavoro in Italia era un’impresa, quest’anno lo è ancora di più. L’aver incentrato su di sé e sulla figura di Presidente del Consiglio un referendum istituzionale (del quale la maggioranza ha capito gran poco), non ha affatto aumentato la popolarità, al contrario.

Rosy Bindi, nota “dissidente” interna del Partito Democratico, non certo una della Leopolda o rottamatrice, ha spiegato, senza mezzi termini, ai microfoni di LA7, davanti ai conduttori Labate e Parenzo, come il concetto di posti di lavoro creati da Renzi non siano altro che propaganda. La parlamentare ha argomentato affermando che sarà pur vero (con beneficio del dubbio), che Renzi ha creato circa 500mila nuovi posti di lavoro, ma è altrettanto vero che c’è un 38% di giovani (e non solo) sono privi di occupazione, i quali purtroppo non gioiscono di quel che è stato creato, né si consolano. Ma la parte più importante del discorso è questa: i posti di lavoro, espressi dalle politiche del jobs act, sono stati possibili grazie ai fondi stanziati dalla legge di stabilità. Terminati i fondi, quei posti, spariranno. Purtroppo il ragionamento di Rosy Bindi non fa una piega. I soldi destinati al jobs act sono dello Stato italiano, il quale copre la parte contributiva (e non solo). Avendo essi un limite, non vi sarà alcuna possibilità futura, e i tanti decantati nuovi posti, si scioglieranno come neve al sole. Forse, sarebbe stato necessario studiare meglio questo punto, anziché provare a salvare le banche amiche.

Luglio 2016, un posto di lavoro

Se la ricerca affannosa di un posto di lavoro si rivela cosa assurda o impraticabile in Italia, tra tirocini, stage, voucher, contratti a chiamata, il futuro non rivela limite al peggio. Se anche i lavoratori del turismo vengono assunti a chiamata, (e fino a qualche anno fa, un contratto, determinato, o un alloggio almeno, erano una costante), ora possono essere tranquillamente assunti “a chiamata”, o per meglio dire, lavoro intermittente. Le ore non comprese nel contratto? Chiaramente, nero. E’ il mercato, bisogna adattarsi.

Il peggio, chiaramente, può esserci. L’ex premier Berlusconi è stato il più delle volte accusato di aver ripristinato le cosiddette dimissioni in bianco. Per i lettori che non conoscono la pratica, si tratta di questo: all’atto della stipula del contratto, viene allegato un foglio, “in bianco”, con data aperta, e firma del lavoratore. Questo indica la data delle dimissioni. Il giorno lo deciderà il datore di lavoro, e sarà quando il lavoratore costerà troppo, o se donna, rimasta incinta, o se malato, da “eliminare”. Questa diabolica pratica, non è sparita dopo la “caduta di Berlusconi”. E’ tuttora in auge. Recenti testimoni ci hanno confermato questo: un’azienda internazionale come la Decathlon, per assumere, utilizza un contratto part – time, di una ventina di ore, concentrato sul fine settimana. I turni sono variabili, un caporeparto può avvisarti in qualsiasi momento che l’orario di lavoro è cambiato. Ed in allegato, la famosa letterina di “dimissioni in bianco”, da firmare obbligatoriamente. Naturalmente, il contratto non è indeterminato, ma determinato, uno o massimo due mesi. Indubbiamente si tratta di schiavismo, e non di lavoro.

Le caste che nessuno tocca

Nessun Governo, neanche quello dei rottamatori, ha mai dichiarato un’effettiva guerra alle caste italiane. Ne esiste una, in particolar modo, che resiste ad ogni tentativo di riforma. E’ quella delle Forze Armate. Considerate ormai l’ultimo “lavoro sicuro”, rappresentano un sicuro approdo contro la disoccupazione, soprattutto nel Sud Italia. Difatti, previo superamento di prove psico – attitudinali, è ancora possibile far carriera, avere degli scatti di anzianità, ottenere (vincendo i concorsi) un impiego a tempo indeterminato, quasi impossibile da perdere. E così, possiamo trovare un Carabiniere, che a 33 anni di servizio effettivi, ne ha maturati 38 figurativi. In base all’inquadramento e al ruolo operativo, un militare “guadagna” un tot di anni di lavoro. Al contrario, un lavoratore del turismo, essendo le strutture stagionali (non per sua volontà, s’intenda, ma per politiche di occupazione del settore), se ha la fortuna di lavorare (almeno) 8 mesi all’anno, ogni tre anni, ne avrà perduto uno. Ovviamente, si tratta di un’ingiustizia nell’uno e nell’altro caso. Il primo, andrà in pensione con più anni di lavoro, e quindi con una busta paga sicuramente più elevata, avendo sicuramente lavorato meno del secondo. Il lavoratore del turismo, privo dei contributi necessari, dovrà permanere ancora sul posto di lavoro, il più delle volte usurante. Si parlava, qualche tempo addietro, di riforma dei lavoratori stagionali, a livello pensionistico. Probabilmente, è l’ennesima lettera morta, sebbene si tratti di un tasto molto importante, essendo uno dei settori più strategici d’Italia. Torniamo tuttavia al caso militare.

Ci è stato confermato da più fonti, che un carabiniere, per effettuare servizio di sorveglianza presso la Banca d’Italia della Città di Padova, (filiale chiusa al pubblico da anni! (1) ), percepisce un’indennità di rischio di Euro 500,- (per un locale chiuso). Parimenti, gode di un “conto aperto” presso l’Istituto di Credito, grazie al quale può consumare una colazione, un pranzo ed una cena al giorno. In tutta onestà, non pensavamo che la Banca d’Italia fosse anche ente di beneficienza, ed è un vero peccato che sperperi le sue risorse in questo modo. Il Governo non ha mai pensato di intervenire su questi privilegi di casta? Il presente articolo vuol solo ricordare sprechi e assurdità di certe categorie, non vuole affatto sminuire il prezioso lavoro dei militari italiani che svolgono ogni giorno per la nostra sicurezza nazionale (e non solo). Non esiste difatti solamente la casta dei militari, ma come ben sappiamo, dei politici e di chi ogni giorno abusa del suo potere approfittando di privilegi acquisiti in passato. Eppure, il Governo ha dimostrato di agire ancora una volta nella direzione contraria: la riforma della pubblica amministrazione non concede, al momento, l’abolizione dell’articolo 18. Elettorato da rispettare a tutti i costi, ci si può pur sempre chiedere.

Esempi straordinari

In tanto marciume, qualche esempio straordinario, indipendente e di alto profilo ancora esiste. Parliamo di Luxottica, azienda leader in Italia e nel mondo nel settore dell’occhialeria, circa 10mila dipendenti. Due giorni fa, introduce il «suo», personalissimo, modello di welfare: si tratta di una sorta di “Bonus vita” per i suoi dipendenti, dando vita così ad un Patto generazionale, grazie ad una convenzione stipulata con l’Inps. Il Bonus vita offre un contributo di 30 mila euro per gli eredi legittimi o testamentari, in caso di decesso del dipendente, anche fuori dal luogo di lavoro. Esso può crescere fino a 70 mila euro, se il nucleo famigliare presenta: un figlio minore, studenti fino ai 30 anni di età, persone con disabilità certificata o di un mutuo sulla prima casa.

Il Patto generazionale prevede invece che cento lavoratori, a tre anni dalla pensione (cinque anni se affetti da gravi patologie o malattie invalidanti), possano chiedere la riduzione a part time al 50% senza incidere sul proprio trattamento pensionistico, offrendo ad un pari numero di giovani l’opportunità di un’assunzione a tempo indeterminato. L’azienda si impegnerà a versare direttamente all’Inps i contributi volontari per conto dei dipendenti che aderiscono all’iniziativa, integrando il periodo di attività lavorativa svolta ad orario ridotto garantendo a ciascuno il 100% del diritto alla pensione. Si tratta di un progetto mai realizzato prima in Italia, che mira ad attirare nuovi lavoratori in azienda e agevolare quelli in uscita, senza penalizzazioni. Si può solo fare un plauso all’azienda di Leonardo Del Vecchio. Peccato resti un caso isolato, e non sia imitato.

Sostanzialmente, il Governo, seppur qualche piccolo merito in politica estera lo possa avere, non può concentrare la sua azione su un referendum e sulla nuova Legge Elettorale (cambiata un numero spropositato di volte in pochi anni, cosa non realizzata in quasi tutti gli altri paesi europei). Ciò che manca davvero, è il lavoro. Questo non “ce lo chiede l’Europa”, ma le generazioni d’Italiani di questo momento.

Valentino Quintana