
La tragedia di Beslan
Beslan è una piccola cittadina dell’Ossezia del Nord, nel Caucaso russo. Piccolo centro di una regione storicamente turbolenta, il suo nome verrà ricordato per il tragico episodio che la sconvolse nei giorni dal 1 al 3 settembre 2004, quando un commando di integralisti islamici e separatisti ceceni assaltò la scuola cittadina e ne prese in ostaggio i civili presenti, circa 1200 tra adulti e minori.
Il sequestro durò tre giorni, fino alla sanguinosa operazione delle forze speciali russe, che impegnarono i terroristi in uno scontro a fuoco che coinvolse però parecchi innocenti.
Quello che distingue questa ”tragedia russa” da altri episodi terroristici legati alla questione caucasica è infatti l’elevato numero di bambini e ragazzi rimasti uccisi nel corso del blitz – ben 186, senza contare gli ostaggi adulti, e che fanno salire il computo delle vittime a 333 anime. Una strage spaventosa, ancora più terribile per la cittadina di Beslan, che durante il ’41-’45 aveva subito una perdita analoga di quasi 350 combattenti sui vari fronti della Grande Guerra Patriottica.
Le premesse storiche
Nell’immaginario comune, i fatti di Beslan hanno rappresentato l’ennesimo episodio del conflitto russo-ceceno, uno scontro secolare e spesso malcomprenso, ma che presenta un importante legame con l’attualità.
La Cecenia, che insieme all’Inguscezia è una regione interna del Caucaso settentrionale, ha sempre rivendicato la sua diversità rispetto al colonizzatore russo (alterità peraltro riconosciuta, come testimoniano i cicli caucasici della letteratura russa, e nel caso specifico ceceno il Chadzi-Murat di Tolstoj), in quanto di etnia non-slava e di religione islamica.
Il fattore religioso ha costituito uno dei tratti specifici dell’identità cecena, in una zona dove l’Islam era già radicato, grazie all’attività delle confraternite sufi, e fece da collante interetnico per superare le divisioni tribali nella comune lotta contro la Russia.
I primi interpreti di questo uso politico della religione islamica furono i combattenti Sheikh Mansur e l’imam Samil’, leader rispettivamente delle rivolte antizariste del 1785-1791 e del 1840-1860.
Il fallimento delle ribellioni e la tragica epopea delle deportazioni staliniane del 1944-1957 ridussero il ruolo dell’islam ceceno a strumento di coesione identitario, anche nei quarant’anni di pax sovietica che la regione visse fino alla dissoluzione dell’URSS, quando i piccoli nazionalismi facilitarono il ritorno dell’Islam politico nella scena caucasica, ma in forme assai diverse da quelle passate.
L’avanzata del radicalismo religioso
I grandi scontri tra milizie locali ed esercito russo, noti come Prima (1994-1996) e Seconda (1999-2000) guerra di Cecenia, videro la causa dell’indipendenza cecena via via diluirsi nel puro jihadismo di stampo salafita e wahabita, di derivazione saudita e qatariota e non più con legami storici col ramo caucasico della Ummah.
Il diffondersi dell’integralismo è visibile nel mutato orientamento politico dei leader del separatismo, che aprono all’Islam radicale quando i finanziamenti in petrodollari cominciano a farsi ingenti, ovvero a cominciare dalla fine degli anni ’90.
È il caso di Aslan Makshadov, ex-ufficiale sovietico, che da presidente legittimo della Cecenia si avvicinò all’estremismo assumendo il nuovo nome “Khalid” e promise di introdurre in pochi anni la Sharia come legge costituzionale di uno Stato islamico a tutti gli effetti.
La figura di Basaev
Più esemplare è la vicenda di Samil’ Basaev, che ci interessa molto, visto che è colui che rivendicò la responsabilità per l’attentato alla scuola di Beslan.
La carriera politica di Basaev inizia sulle barricate di Mosca a difesa del governo El’cin dal golpe del 1993 e finisce nel 2006, quando rimane ucciso durante una caccia all’uomo innescata dai patrioti ceceni fedeli alla Russia.
Nel mezzo, è la storia di un leader estremista già noto per le sue pratiche terroristiche (l’eccidio di Budёnnovsk riecheggia quello di Beslan), che non esita a mutare orientamento al mutare della marea, quando i petrodollari danno linfa a una nuova interpretazione della lotta armata.
Le somiglianze con l’Isis
Il passaggio di Basaev da simbolo del nazionalismo ceceno a figurante dell’internazionalismo jihadista porta alla luce i tratti tipici dell’integralismo islamico contemporaneo, riconducibile al wahabismo per via diretta: un’ispirazione antitradizionalista, distruttiva per ogni localismo, e la più totale indifferenza per il dato etnico-nazionale.
Il fenomeno odierno dell’Isis ricalca al-Qaida, come le profonde inflitrazioni islamiste in Bosnia degli anni ’90 (dove Alija Izetbegovic desiderava la fondazione di uno Stato Islamico) ricordano il panislamismo nello Xinjiang cinese, il che getta una luce nuova, inedita, sul conflitto ceceno.
Il Basaev terrorista islamico è una figura distinta dal terrorista separatista, che piega la religione al fine politico, perché la linea del conflitto con la Russia non passa più lungo la divisione identitaria, come per quasi due secoli fino agli anni ’90, ma si ricolloca sul problema più ampio del terrorismo globale.
Nel caso di Beslan, varrà la pena far notare come oltre la metà del commando che assaltò la scuola non era composta da ceceni etnici: furono identificati 13 ingusceti, un tataro, un kazako, un ucraino-osseta e un georgiano, mentre due algerini col passaporto britannico membri del gruppo Basaev furono successivamente collegati con la moschea londinese di Finsbury Park, già nota per i suoi rapporti col fondamentalismo.
L’abbandono delle spinte nazionalistiche spianò la strada alla proliferazione del terrorismo islamico in tutta l’area caucasica (Beslan stessa non si trova in Cecenia), e permise il collegamento delle varie cellule jihadiste, riunite non in nome dell’indipendenza di una nazione, ma attorno all’idea della fondazione di un Emirato del Caucaso, l’ennesimo Stato islamico da edificare.
Una rapida occhiata ai vessilli di questi jihadisti potrà richiamare enormi analogie con certa simbologia che osserviamo in Siria da ormai cinque anni, un teatro dove, non per caso, combattenti di origine cecena sono stati rilevati sia nelle fazioni autonome che in quelle isisine.
La ricomposizione del conflitto
L’islamizzazione del conflitto ceceno, nonostante tragedie e stragi anche oltre Beslan (la cui emergenza, per bocca dello stesso Putin, fu gestita in modo fortemente approssimativo), ha aperto in modo paradossale una via di uscita dal dramma di un decennio nero per la Cecenia.
La presenza importante di patrioti ceceni, come nel caso dei Kadyrov padre (che pure aveva combattuto contro Mosca nella prima guerra) e figlio, ha normalizzato la situazione nella regione, riportando la Cecenia nella condizione di “soggetto autonomo” all’interno della Federazione Russa.
Come nel caso del Tatarstan, l’esclusione dell’islam radicale e il dialogo con gli esponenti musulmani locali ha portato enorme beneficio alla popolazione, senza discriminazioni né etniche né religiose (la principale moschea di Groznyj, aperta nel 2008 alla presenza di Putin è stata per diversi anni la più grande d’Europa).
La composizione del conflitto tra Russia e Cecenia potrà dare il suo importante contributo allo sviluppo delle società caucasiche.
Con ciò non si vuole negare l’azione storica cruenta della Russia su popoli ad essa estranei, ma limitarsi a considerare ”il presente con gli occhi del presente” – resistendo alla tentazione opposta di proiettare nel passato interpretazioni contemporanee, spesso sfuggenti in un contesto come quello del Caucaso, territorio culturale di una complessità estrema, tanto che già nel X secolo il geografo arabo al-Azizi lo chiamò “la Montagna delle lingue”.
Federico Pastore
