Serbia

Neću Nato? A Belgrado vale ancora lo slogan “No alla NATO”? A ben vedere, Serbia e NATO non sono mai state così vicine: il 12 febbraio scorso, infatti, l’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia ha ratificato l’accordo di cooperazione con la NATO siglato tra le parti già ad inizio del 2015.

Nel mese di gennaio, il Governo di Belgrado ed i vertici dell’Alleanza nord-atlantica avevano reso più profonda la loro cooperazione con la firma di un Individual Partnership Action Plan (IPAP), piano sviluppato per delineare gli obiettivi e la cornice di riferimento per un dialogo e una cooperazione con i Paesi che non sono membri della NATO.(1)

L’accordo ratificato a febbraio prevede immunità diplomatica (anche per quanto riguarda i casi di rilevanza penale) e libertà di movimento su tutto il territorio della Repubblica di Serbia per i membri appartenenti alla NATO, più uno scambio di informazioni ed equipaggiamenti con le forze armate.

Il documento segna un passaggio tanto atteso a Washington che punta a consolidare la propria posizione sull’intricato scacchiere balcanico e l’apice nella collaborazione tra le parti anche se questo non implica una prossima adesione di Belgrado all’alleanza. Come si può leggere sulla pagina riservata alle relazioni con la Serbia della NATO, “unlike other Western Balkan partners, Serbia does not aspire to join the Alliance. However, the country is deepening its political dialogue and cooperation with NATO on issues of common interest. Support for democratic, institutional and defence reforms is an important focus of NATO’s partnership with Serbia”.

Due giorni dopo il passaggio parlamentare, i partiti di opposizione, in particolare il Partito Democratico di Serbia (DSS) hanno ha invitato il presidente Tomislav Nikolic a non dare seguito all’iniziativa, non apponendo la firma sul decreto di promulgazione della legge di ratifica dell’accordo tra Belgrado e la Nato e la cooperazione con il Nato Support and Procurement Organisation (Nspo). (2)

Secondo i rappresentanti dell’opposizione, l’accordo porterà conseguenze inevitabilmente dannose per la Serbia. L’appello fa riferimento alla dichiarazione di neutralità, adottata dallo stesso Parlamento il 26 dicembre 2007: “il deputato Zoran Ostojic sosterrà sei anni più tardi che la neutralità militare non è mantenibile in senso politico perché tutti i paesi confinanti o sono già o diventeranno membri della NATO, e non è possibile che la Serbia sia un’isola neutrale nel mezzo”. (3)

Nel 2016, il principio di sovranità in Serbia si declina secondo le coordinate di una volontà di adesione all’UE e il mantenimento di rapporti con la Russia e cooperazione con la NATO: “la nostra politica è chiara” – ha dichiarato Vucic – “vogliamo essere un paese sovrano e indipendente, che vuol cooperare sia con la NATO che con la Federazione Russa”. (4)

A Belgrado, per protesta, alcune migliaia di persone sono scese in strada per manifestare la loro contrarietà alla NATO ma ciò non ha persuaso il Presidente Tomislav Nikolic a opporre il veto alla ratifica che, anzi, non ravvisando alcuna disposizione contraria alla Costituzione ha controfirmato la decisione del Parlamento.

Il premier Aleksandar Vucic ha difeso la scelta favorevole all’instaurazione di rapporti con la NATO respingendo le critiche adducendo la motivazione che l’alleanza sarebbe necessaria per la tutela della popolazione serba in Kosovo; quella stessa popolazione serbo-kosovara che vent’anni fa vide cadere sulle proprie teste le bombe di quell’alleanza che, adesso, si vuole necessaria al mantenimento della loro protezione. Belgrado ha, inoltre, manifestato la volontà di proseguire la collaborazione con KFOR.

A correre in soccorso del capo del Governo è corso Ivica Dacic, Ministro degli Esteri, che ha rassicurato l’opinione pubblica sul fatto che la Serbia non ha nessuna intenzione di chiedere l’adesione alla NATO.

Per l’ambasciatore serbo in Russia, Slavenko Terzic, il Paese non è pronto per abbandonare la sua neutralità militare e politica per unirsi all’alleanza nordatlantica.

La Serbia vuole mantenere la sua sovranità cooperando, al contempo, sia con l’occidente che con la Russia, ma presto Belgrado dovrà scegliere da che parte stare. Già nel 2013, il professore Predrag Simic rilevava che tutti i paesi hanno realizzato i propri interessi basandosi sull’idea che dovranno pagare l’associazione in una delle alleanze, cioè che il prezzo sarà più alto se non si uniranno a qualche organizzazione, e così si deve comportare pure la Serbia. La neutralità oggi è più un’eccezione che una regola, perché il concetto è cambiato e la neutralità che conoscevamo negli anni cinquanta, sessanta e settanta del secolo scorso, non esiste quasi più: “se desiderate diventare un membro della comunità occidentale, ed eravate un paese con un passato poco democratico, allora dovete fare tre passi. Il primo è l’associazione al Consiglio d’Europa, il secondo alla Partnership per la pace, e alla fine alla NATO. Soltanto dopo potete diventare un membro dell’Unione europea, e questa è la strada che hanno attraversato tutti gli ex paesi comunisti dell’Europa del Sudest”. (5)

La Serbia si trova ad essere in una particolare condizione che la vede sia seduta a tavola che sul menù. Se si getta un occhio sull’atlante dei Balcani, infatti, non si può non notare come la NATO stia divorando Paese dopo Paese, allargandosi progressivamente verso Est: al momento soltanto Bosnia-Erzegovina e Serbia sono rimaste immuni da questo processo, mentre il Montenegro è prossimo all’entrata nel consesso nordatlantico. Belgrado è, quindi, circondata e sotto assedio. E questo preoccupa Mosca che vede nella Ostpolitik dell’Alleanza una chiara provocazione verso la Russia.

L’Alleanza non è ben vista nel Paese. I risultati di un sondaggio condotto da IPSOS nel dicembre del 2015, parlano di una popolazione serba che continua ad avere fiducia in Mosca, protettrice simbolica della Nazione serba (72%); il 25% si è dichiarato fiducioso nei confronti dell’Unione europea mentre soltanto il 7% nella NATO. Il senatore statunitense John McCain ha dichiarato che la priorità della Serbia è l’adesione all’UE mentre l’ingresso nell’alleanza militare è una decisione che dovrà prendere il popolo serbo. Nei giorni dell’approvazione parlamentare dell’accordo con la NATO, McCain si trovava a Belgrado in qualità di capo di una delegazione del Congresso USA e, nell’occasione, ha incontrato il Primo Ministro Vucic il quale ha dichiarato che pochi sono gli ostacoli verso il miglioramento delle relazioni tra i due Paesi: la Serbia – ha detto – ha bisogno di sicurezza e pace per il proprio sviluppo economico.

Il 23 febbraio, durante un raid aereo statunitense in Libia, due diplomatici serbi sono rimasti uccisi. Maria Zaharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha parlato apertamente di Sindrome di Stoccolma, un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica in cui la vittima si fa piacere il suo carnefice: “è sullo sfondo di come l’Occidente poco a poco cominci a corteggiare la Serbia affinché entri nella NATO. Dicono: «dovete entrare nella NATO, perché vale la vostra sicurezza. Vi difenderà». Come potete difendere questo Paese, quando sapete della presenza di ostaggi e bombardate? Penso che sia una sorta di particolare umiliazione, l’imposizione della «sindrome di Stoccolma», quando i sequestratori costringono le vittime ad amarli e ad ammettere pubblicamente che lo vogliono”.

Persa l’ultima spiaggia sul Mediterraneo, il Montenegro, Mosca considera la Serbia il suo alleato principale nei Balcani: l’11 gennaio 2016, Mosca ha manifestato l’intenzione di armare Belgrado con armamenti sofisticati, compresi gli S-300 (6). Dopo il venir meno dei rapporti con la Turchia, il Cremlino intende combattere il suo isolamento internazionale offrendo all’amica Serbia l’opportunità di dare nuova spinta alle relazioni economico-militari senza le condizioni imposte dalle istituzioni occidentali.

La Serbia, come spesso è successo nella sua storia, è costretta a scegliere a quale influenza sottostare.

NOTE

1. La NATO ha stipulato IPAP anche con Georgia (29 ottobre 2004), Azerbaijan (27 maggio 2005), Armenia (16 dicembre 2005), Kazakhstan (31 gennaio 2006), Moldavia (19 maggio 2006), Bosnia – Herzegovina (10 gennaio 2008), Montenegro (1 giurno 2008).
La Serbia, inoltre, fa parte dei 22 Paesi inseriti nel Partnership for Peace (PFP), programma NATO finalizzato a creare fiducia tra NATO e altri Stati in Europa e dell’ex Unione Sovietica.

2. Il NATO support and Procurement Organization è un organo sussidiario NATO creato dal Consiglio Nord Atlantico al fine di soddisfare nel migliore dei modi le esigenze collettive di tutti o di un gruppo di nazioni della NATO nei campi di acquisizione, capacità, sostegno e disposizione logistica per la NATO e le sue nazioni costituenti.
Il Consiglio ha concesso all’NSPO una autonomia organizzativa, amministrativa e finanziaria chiaramente definito nel quadro del Trattato Nord Atlantico attraverso l’approvazione della sua Carta, che è entrato in vigore il 1 ° aprile del 2015. Il NSPO comprende tutte le nazioni della NATO, cioè l’Albania, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Repubblica slovacca, Slovenia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. (fonte: NATO).

3. https://voiceofserbia.org/it/content/neutralit%C3%A0-nel-21%C2%B0-secolo

4. https://www.b92.net/eng/news/politics.php?yyyy=2016&mm=02&dd=19&nav_id=97116

5. Ibidem

6. Ad aumentare le preoccupazioni di Mosca sono anche le dichiarazioni bellicose di Philip Bleedlove, Supremo comandante delle truppe USA in Europa, che hanno prospettato uno scenario da Terza Guerra Mondiale: l’EUCOM USA e la NATO sono preparati a combattere e vincere, se necessario, contro la Russia. Dal 2014, la NATO e gli Stati Uniti si sono impegnati nella ricostruzione della capacità militare in Europa sotto l’egida del programma European Reassurance Initiative).