Alexandar Vucic

Il 17 gennaio 2016 il premier progressista serbo Aleksandar Vucic aveva annunciato l’intenzione di non aspettare il termine naturale della legislatura (2018) e di convocare elezioni politiche anticipate da svolgersi nel mese di aprile.

Una scelta che, ad un’analisi superficiale, appariva per molti versi difficile da capire considerato il fatto che la maggioranza era ampia e stabile (158 seggi) la coalizione guidata dal Partito Progressista Serbo (SNS) era saldamente al Governo; una scelta, ad un’analisi più approfondita, tattica sotto il profilo della strategia politica del leader del partito di maggioranza all’interno del Parlamento di Belgrado: Vucic era alla ricerca di un nuovo mandato quadriennale forte che gli permettesse di portare a termine la sua politica di riforme che porta tra le braccia di Bruxelles, fissando un nuovo termine per il traguardo, il 2020.

 

La vittoria (scontata) di Vucic e il ritorno degli ultra-nazionalisti

3.270 candidati in rappresentanza di 20 liste che concorrono per i 250 seggi (assegnati proporzionalmente e allocati con metodo D’Hondt) dell’Assemblea Nazionale.

La tornata elettorale si è, sin da subito, vestita dei panni di un referendum sull’azione del Governo e, di riflesso, sull’essere favorevole o contrario al cammino europeo della Serbia, o meglio sulla volontà della Serbia di divenire un moderno Paese europeo entro il 2020.

Dal 2014, anno del suo insediamento, Vucic ha intrapreso una politica economica di stampo europeista incardinata sull’austerità: aumento delle tasse, taglio alla spesa pubblica, privatizzazioni. Tutto questo ha portato, nel 2015, ad un dimezzamento del deficit su base annua, ha permesso a Belgrado di accedere ad una linea di credito presso il Fondo Monetario Internazionale da 1.2 miliardi e visto stimare la propria crescita per l’anno corrente ad un +1.5%.

La dimensione internazionale che ha informato la competizione elettorale ha permesso di nascondere i reali problemi della Repubblica di Serbia: un debito pubblico al 73.6% del PIL (l’Europa impone il 60%), un tasso di disoccupazione che si avvicina al 20%, economia ancora stagnante, un popolo che gridava in faccia al premier uscente la fame di molti.

Secondo molti analisti questo scenario economico – sociale (insieme all’assoluzione del Tribunale Internazionale dell’Aja dall’accusa di aver commesso crimini di guerra) avrebbe spinto molti elettori a scegliere il partito ultra-nazionalista di Vojislav Seselj. Per il leader e fondatore del Partito Radicale Serbo (SRS), filorusso e contrario all’integrazione europea della Serbia le elezioni politiche erano riconducibili ad una sorta di referendum, sì, ma sulla prospettiva di un abbraccio ostile di un’UE contraria agli interessi di Belgrado o un avvicinamento più stretto e fraterno a Mosca.

I risultati delle urne, come prevedibile alla vigilia, hanno dato ragione a Vucic. Scontato nell’esito, il voto non lo era nei numeri. Il premier leader dei progressisti ha parlato di vittoria storica ma se si guardano i seggi conquistati dal suo partito non si può parlare di pieno raggiungimento dell’obiettivo fissato: nonostante la coalizione guidata dal SNS abbia ottenuto più consensi rispetto al 2014, i seggi conquistati sono stati 20 in meno, 138.¹ In Serbia succede anche questo.

L’elettorato serbo ha puntato, ancora una volta, sul modello del leader forte che riscuote ancora grande adesione: Vucic ha portato il suo gradimento ad oltre il 48%, consenso che, in occidente, molti capi politici e partiti si sognano di raggiungere.

Il Partito socialista della Serbia (SPS) del Ministro degli Esteri Ivica Dacic si è confermato seconda forza politica del Paese ed ha conquistato 31 seggi: partito ortodosso-titoista che ha forti legami con la Russia, si è dimostrato prudente sulla folgorazione europeista di Belgrado.

Torna a sedere agli scranni dell’Assemblea Nazionale il Partito Radicale Serbo (SRS) di Seselj: i 23 deputati eletti per questo soggetto politico che tiene ferma la barra del nazionalismo serbo, intransigente su questioni spinose quali Republika Srpska e Kosovo e fortemente anti-europeista, sono la dimostrazione che il sentimento nazionalista serbo e filorusso sono ancora posizioni importanti nell’opinione pubblica del Paese.

Il vero vincitore è stato il movimento Dosta je bilo – Restart (Ora Basta!) di Saša Radulović, già ministro dell’economia del Governo Dacic a cavallo tra il 2012 e il 2013: senza accesso ai media, conducendo una campagna tra la gente e sui social network denunciando soprattutto la corruzione del sistema di potere di Vucic, ha raggiunto un risultato inaspettato riuscendo a far eleggere 17 deputati.

Tanti quanti il Partito Democratico che ha perso il ruolo di interlocutore principale di Bruxelles e che, raschiando il proprio bacino elettorale, è riuscito ad entrare in Parlamento. Stesso discorso vale per il partito dell’ex Presidente della Repubblica Boris Tadic (14 seggi).

 

DSS – DVERI, Quando un voto fa la differenza

C’è, poi, il curioso caso del partito di estrema destra Sanda Raskovic: dato come superante il fatidico 5% (5,01%) e accreditato di 13 seggi nell’Assemblea Nazionale, nel corso della settimana si è visto togliere tutto dalla Commissione Elettorale Centrale: i riconteggi delle schede hanno ridimensionato il risultato abbassando il dato al 4,99%. DSS – DVERI rimane fuori dal Parlamento per un solo voto.

Nel corso della conferenza di comunicazione dei risultati il presidente del RIK Dejan Djurdjevic è stato verbalmente attaccato dal presidente del movimento Dveri che gli ha rinfacciato la manipolazione dei risultati: “Come fai a non vergognarti di prendere in giro la nazione?”. ²

 

Alexandar Vucic, l’uomo di Bruxelles

In precedenza era stato Boris Tadic, adesso è lui, l’uomo forte di Serbia, Aleksandar Vucic, ad essersi conquistato i favori, la stima e la fiducia delle cancellerie europee con riforme e svolte politiche (soprattutto in politica estera, dialogo con Pristina e apertura alla NATO) viste con occhio positivo da Bruxelles.

E se le elezioni politiche erano una sorta di referendum pro-UE, il risultato non poteva che essere salutato con soddisfazione dai vertici dell’Unione.

Folgorato dalla possibilità di un ingresso in Europa, la crescita in termini elettorali dei partiti “estremi” permette a Vucic, europeista convinto, di presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica europea come il baluardo contro la deriva nazionalista della Serbia e, al contrario, farla diventare quel “normale e noioso” Paese, l’ambizione di Vojislav Koštunica, primo presidente della Repubblica.

 

Quali scenari post-voto?

Il primo ostacolo per i progressisti sarà quello di scegliere quale via imboccare per la scelta del Governo: i numeri per guidare la Serbia da soli ci sono ma non sono, poi, così ampi. Possibile un rinnovato connubio con i socialisti, seconda forza del Paese, visto che un Dacic all’opposizione potrebbe collaborare per una futura aggregazione delle forze che si oppongono all’operato governativo.

Con l’acceso in parlamento di nuovi soggetti e con la coalizione di Vucic vanta poco più della metà dei seggi, la legislatura avrà un aspetto più “democratico” rispetto a prima e, di conseguenza, questo scenario si tradurrà in un cambiamento di narrazione politica, aprendo il Parlamento a dibattiti ideologici che sono stati chiaramente carenti in precedenza. In particolare, la comparsa di due opzioni politiche ben distinte – nazionalista DSS-DVERI e liberale Dosta je Bilo, daranno vitalità ad un discorso politico che in Serbia sembra essersi assopito.

Nell’immediato il nuovo Governo dovrà dare risposta alle condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale a fronte del debito accordato a Belgrado: i licenziamenti dei dipendenti nel settore pubblico, la conclusione del processo di privatizzazione e di ristrutturazione delle imprese statali, che potrebbe implicare la chiusura di molte di esse.³

L’obiettivo, però, per Vucic è a lungo termine e fissato nel 2020. Lo scenario più plausibile al momento è quello che vede un completamento del quadro di riforme richiesto da Bruxelles (aiuti economici in cambio di cambiamenti strutturali) e un avvicinamento alla NATO.

Su questo, durante l’incontro con Nikolai Bordjuzha, segretario generale dell’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva, il Ministro della Difesa serbo Zoran Djordjevic ha ribadito che la Serbia intende mantenere una posizione militarmente neutrale.

Sullo sfondo la quanto mai delicata vertenza sul Kosovo e le concessioni che prima o poi Bruxelles chiederà di fare in favore di Pristina e che rappresentano un rischio concreto che Belgrado perda la sua sovranità sul territorio conteso. Vucic si è prodigato nel rassicurare i serbi del Kosovo che la Serbia non ha nessuna intenzione di riconoscere la sovranità di Pristina ma l’accoglienza non è stata delle migliori visto che una granata è stata fatta esplodere nell’impianto sportivo che doveva ospitare il comizio del leader progressista.
Questo argomento è caro ai nazionalisti di Seselj che lo terranno vivo nell’interesse dell’elettorato serbo così come una porta aperta con vista Mosca che, adesso, ha un alleato in più nei Balcani.

Andrea Turi

NOTE

1. Sulla base dello scrutinio del 99,82% la Commissione Elettorale Statale (RIK) ha comunicato che al partito del progresso serbo (SNS) sono andati il 48,24% dei voti validi, al partito socialista e Serbia Unita (SPS-JS) il 10,96%, al partito radicale (SRS) l’8,11%, al partito democratico (DS) il 6,03%, a Dosta je bilo (DJB) il 6,03%, alla coalizione composta da partito socialdemocratico, partito liberaldemocratico e lega dei socialdemocratici di Vojvodina (SDS-LDP-LSV) il 5,02%, alla coalizione tra partito democratico di Serbia e Dveri (DSS-Dveri) il 4,99%.

Per quanto riguarda le minoranze all’Alleanza degli ungheresi di Vojvodina è andato l’1,5% dei voti, alla lista di Muamer Zukorlic lo 0,86%, all’SDA del Sangiaccato lo 0,8%, al partito di azione democratica (PDA) lo 0,43%, al partito russo lo 0,36%. L’affluenza è stata del 56,26%.

Sulla base di questi ultimi risultati i 13 seggi che erano stati precedentemente attribuiti alla coalizione DSS-Dveri verranno ripartiti tra i partiti che sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 5%.

Il calo dei seggi rispetto ai voti è dovuto al particolare sistema elettorale serbo il quale prevede che i voti dei partiti che non hanno superato la soglia di sbarramento vengano ridistribuiti ai partiti che sono entrati in Parlamento. Per le percentuali di voto: https://en.wikipedia.org/wiki/Serbian_parliamentary_election,_2016

2. https://serbianmonitor.com/in-primo-piano/22418/nuovi-risultati-elezioni-2016-dss-dveri-fuori/#.VycgMvmLTIX.

3. Il 28 maggio, Belgrado dovrà decidere sul destino di 11 aziende strategiche in processo di riorganizzazione che danno lavoro a 21.483 dipendenti. Per queste aziende l’FMI ha previsto solo due soluzioni: vendita o fallimento.