Unione Europea: Trattati di Roma 25 marzo 1957-2017

Non tutti sanno che la nona sinfonia di Beethoven, presa ad Inno dell’Europa unita, mette in musica l’ode Alla gioia scritta nel 1785 da Friedrich Schiller, l’artista letterario autore de I masnadieri e di tanti altri capolavori della letteratura tedesca della seconda metà del Settecento. L’ode Alla gioia è un inno all’amore, alla fratellanza, all’amicizia tra tutti i popoli, che mescola elementi filosofici tanto cari a Schiller, unendo il pensiero pagano a quello cristiano, come d’uso nella letteratura di ispirazione massonica del secolo XVIII (Schiller non apparteneva a quel mondo, ma ne era venuto certamente a contatto, se consideriamo le idee illuministe diffuse nei circoli intellettuali dell’epoca).

Probabilmente l’attuale Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, che in una recente intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung ha detto, riferendosi agli Stati del Sud Europa, “Non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto”, non conosce il testo dell’Inno di Schiller, nel quale al coro della sesta strofa, recita:

Cancelliamo tutti i debiti!

Conciliato è il mondo intero!

Fratelli, Dio sopra le stelle

giudica come facciamo noi.

Bastano queste poche righe per capire a che punto è arrivata la costruzione europea e quale degenerazione, se degenerazione c’è stata, ha subito.

Non si capisce quale fratellanza possa esserci oggi tra alcuni Paesi del Nord, come Germania e Olanda, e quelli del Sud, chiamati PIGS, cioè maiali, Paesi che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, accumulando debiti per spendere tutti i soldi in alcol e donne.

No, quella di Dijsselbloem non è stata un’uscita infelice, ma un pensiero ben radicato nell’opinione che i popoli del Nord hanno verso quelli del Sud. Un pregiudizio di superiorità, forse recente o forse no, che ha condizionato e che continua a condizionare i rapporti all’interno dell’attuale Unione Europea. Un pregiudizio sbagliato, perché è ormai stato appurato nel dibattito scientifico economico, che la crisi economica europea non riguarda il debito pubblico, ma semmai il debito privato, causata quindi dei prestiti concessi con troppa superficialità dalle banche del Nord, tedesche e francesi in testa, verso gli Stati del Sud, come la Grecia.

Quel pregiudizio sbagliato ha così permesso alle virtuose banche del Nord di scaricare i loro debiti alla collettività dell’Eurozona, trasformando un problema di debito privato in uno di debito pubblico e facendo così ripianare a noi cittadini degli Stati appartenenti all’Eurozona i buchi nei loro bilanci, attraverso i Fondi Salva Stati.

E se è vero quel che disse il Professor Mario Monti, “la Grecia è il più grande successo dell’Euro”, nelle celebrazioni che si terranno sabato in ricordo della firma dei Trattati di Roma del 1957, i capi di Stato e di governo di questa Europa unita avranno molto da riflettere e da dire. L’esperienza greca è forse da ritenersi un successo soltanto perché lo Stato ellenico non ha voluto abbandonare l’Eurozona quando ha potuto farlo, ma è un fallimento dal punto di vista sociale, economico e umanitario. Ricordiamo che il primo Re di Grecia, salito al trono nel 1832 dopo la guerra d’indipendenza, Ottone di Wittelsbach, Principe di Baviera, era un tedesco (anche se non gli andò bene e, costretto all’esilio, fu sostituito da Giorgio I di Grecia, che era invece di origine danese). Pensiamo a come verrebbero accolti oggi in Grecia una Angela Merkel o un Wolfgang Schäuble.

Nel discorso al Parlamento sulle celebrazioni dei Trattati di Roma, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parafrasando e capovolgendo una famosa frase attribuita a Massimo d’Azeglio, ha detto che “fatti gli europei, bisogna fare l’Europa”, riferendosi ai giovani che grazie all’Erasmus e alle frontiere aperte, possono facilmente spostarsi da un Paese ad un altro, acquisendo conoscenze e competenze che i loro padri non hanno potuto acquisire.

Ma un’Europa che si fonda solamente sul progetto Erasmus è poca cosa. La tanto osannata libera circolazione delle persone, è servita soltanto a far emigrare questi giovani spagnoli, portoghesi, italiani, greci, verso la Germania e l’Inghilterra, mentre i Paesi mediterranei sono stati costretti ad importare e accogliere schiavi dall’Africa, utili a far abbassare il costo del lavoro e a smantellare i diritti sociali. Chi saranno gli “europei” del prossimo futuro, quando il processo di integrazione dell’Europa unita arriverà a compimento? Probabilmente saranno le seconde e terze generazioni di questi immigrati sradicati dal loro continente d’origine, che di europeo avranno ben poco.

Si parla poi sempre di pace, che l’Europa unita ha garantito sessant’anni di pace, ma ci si dimentica che la comunità europea nasce nel contesto della Guerra Fredda e che la pace è stata garantita dal Patto Atlantico e dall’arsenale bellico della NATO. Si parla di pace, dimenticandosi spesso che le guerre in Europa non sono mancate: basta ricordarsi dei bombardamenti NATO a Belgrado o il conflitto in corso in Ucraina. Va bene, non si tratta di Stati appartenenti all’Unione, ma sono conflitti nati nel continente europeo e che in un modo o in un altro hanno coinvolto anche l’Unione stessa.

Ma anche se la retorica della pace rispecchiasse la verità storica, dopo sessant’anni la tensione tra i Paesi dell’Unione Europea è salita repentinamente. Le colpe, tuttavia, non sono da attribuirsi alle spinte populiste, bensì proprio al modo in cui è stata costruita quest’Europa, dove la libertà è garantita solo al mercato delle merci e dei capitali, mentre ai popoli sono riservati esclusivamente vincoli di bilancio e patti di stabilità.

Per rendersene conto basta osservare come l’Unione Europea intende contribuire alla ricostruzione post-terremoto. La giornata del 24 marzo è stata dedicata proprio ai territori colpiti dal sisma e il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, è andato a Norcia, la città di San Benedetto, patrono d’Europa, a promettere fino a 2 miliardi di euro per la ricostruzione, versati in più tranches. Allo stesso tempo, però, la Commissione Europea, chiede all’Italia uno sforzo sui conti pubblici di 3,4 miliardi entro il mese di aprile, pena l’apertura di una procedura d’infrazione. Un’Europa che usa prima la carota e poi il bastone, a cosa giova?

Ma l’errore più grande che l’Unione Europea abbia mai potuto fare è stata proprio la creazione della moneta unica, che ha costretto Atene, Roma, Madrid, Lisbona, Parigi a dotarsi dello stesso sistema monetario in uso a Berlino o ad Amsterdam. La moneta unica ha messo in concorrenza, uno contro l’altro tutti gli Stati dell’Eurozona e ha accentuato le divergenze tra le aree valutarie non ottimali del continente. Queste cose erano risapute e sono state sempre fatte presenti dalla scienza economica, ma la classe politica europea ha ostinatamente voluto portare a compimento il progetto di unione monetaria e continua a difenderlo ancor’oggi, tacciando di populismo chiunque voglia far presente l’errore commesso e i limiti di tale progetto.

L’Euro è diventato il simbolo dell’Europa unita perché L’Europa unita non ha altro su cui fondarsi tranne che il mercato e la libera circolazione di capitali, merci e persone. Nulla di più. Ammettere che l’Euro sia stato un errore vorrebbe dire probabilmente dire addio anche a questa Unione Europea, perché almeno da Maastricht in poi, Euro, monetarismo, globalizzazione e Unione Europea sono la stessa cosa.

Dicono che per risolvere tutti i problemi serva più Europa. Alcuni giorni fa, Fabio Panetta di Bankitalia, ha paragonato l’Unione Europea all’Impero Romano e ha detto che l’unione monetaria e economica dell’Impero era forte perché alla base c’era un’unione politica. Da un lato ha ragione, ma ha dimenticato di ricordare che l’unione politica dell’Impero Romano è avvenuta attraverso le armi e la conquista e lo stesso processo di integrazione è durato secoli, non decenni. Basta ricordarsi che i popoli della penisola italica ottennero la cittadinanza romana solo al termine della Guerra sociale nel 89 a.C e nel periodo imperiale, fu Caracalla a estendere la cittadinanza romana a tutto l’Impero (per ragioni di natura militare e fiscale) nel 212 d.C.

Se consideriamo poi il sistema monetario romano, staremmo a discutere per giorni interi. Va detto che, a differenza dell’Euro, il sistema monetario romano era molto più flessibile. Innanzitutto la moneta era usata quasi esclusivamente per le spese militari (il soldato era colui che veniva retribuito con il “soldo” in cambio delle prestazioni militari), il pagamento delle tasse, il commercio (sopratutto quello fuori dai confini imperiali, dove venivano usate le monete con conio migliore), i tributi e i bottini di guerra. A fianco alla moneta sono sempre esistiti i pagamenti in natura, attraverso il conferimento di beni materiali diversi dal denaro.

Le zecche imperiali si moltiplicarono nel corso degli anni, venendo a costituirsi soprattutto laddove erano stanziati gli eserciti. A fianco a queste, poi, erano presenti le zecche provinciali: molto spesso i romani concedevano ad alcune province di mantenere il sistema di conio preesistente. E’ il caso di Corinto, Antiochia, l’Egitto, tutti territori di origine greca. Pensate un po’, i romani avevano permesso ad alcune aree di origine greca di mantenere un sistema monetario tutto sommato abbastanza indipendente. Notate la differenza con quello che è stato fatto alla Grecia dal 2011 in poi?

Dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, in Europa rinacque successivamente il Sacro Romano Impero, il quale durò fino alla fine della Guerra dei Trent’anni. Ebbene, il sistema feudale è per sua natura decentratore. Nell’Impero ogni territorio aveva la sua importanza e autonomia. Carlo Magno riformò il sistema monetario europeo, lo basò sull’argento e introdusse il denaro come unità di conto. A mano a mano, però, non senza conflitti e vere e proprie conquiste, i territori appartenenti all’Impero potevano ricevere il diritto di battere moneta propria, attraverso la concessione delle regalie imperiali ai territori.

L’attuale Unione Europea purtroppo non sa cosa vuole diventare. Vuole essere un Impero, perché vuole unificare tutti i popoli e gli Stati del vecchio continente, ma vuole essere anch’esso uno Stato Nazionale, accentrando poteri e drenando sovranità dai Paesi membri.

Già sabato, i 27 Paesi membri dell’Unione, presenteranno a Roma una dichiarazione congiunta che sancirà la nascita dell’Europa “a più velocità”. Sarebbe stato meglio veder nascere “l’Euro a due velocità”, il primo passo verso uno smantellamento controllato di un evidente errore. Invece saranno previsti vari gradi di integrazione, a seconda della disponibilità di ciascun Paese. Si è parlato quasi esclusivamente di integrazione nella difesa e nella sicurezza.

Immaginate come i popoli europei possano accogliere la creazione di un esercito comune. A cosa servirà, se non a contenere le spinte autonomiste e a tenere a bada i popoli sempre più populisti che a lungo andare chiederanno di uscire dall’Unione? Più accentramento di potere, più cessione di sovranità, meno rispetto delle necessità e delle volontà popolari. E’ questo il futuro che probabilmente ci stanno riservando. Non è un cielo azzurro quello che si affaccia all’orizzonte. Non ispira molta gioia.

Marco Muscillo