
Tim Worstall, dalle colonne del Forbes, riporta le dichiarazioni del premio Nobel Paul Krugman riguardo l’apparente risveglio dell’economia spagnola, manifestando tutto il suo scetticismo. Il giornalista paragona trucidamene l’economia del Paese ad una cranio preso a martellate, il cui dolore è stato interamente inflitto dall’euro, ovvero dall’impossibilità di praticare politiche monetarie adeguate in risposta alla crisi.
I colpi di martello sono sì momentaneamente cessati, ma la situazione rimane drammatica. Dalla lettura di Paul Krugman, degli attuali risultati economici, si evince che la moneta unica e le sue regole sono il principale problema economico europeo, in particolare:
“We see an awesome slump that leaves Spain far below its pre-crisis level of output, and even further below its pre-crisis trend, followed by an upturn that, even if it continues at the current pace, will take many years to recover the lost ground. This is a vindication of policy?”1
La responsabilità della crisi, secondo Krugman, è da ricercarsi nella moneta unica piuttosto che in una mala gestione, da parte del governo spagnolo della situazione antecedente allo schianto. Dopo l’ingresso nell’unione monetaria, la Spagna poté beneficiare di tassi di interesse molto bassi, che se da un lato apparivano un’opportunità per gli investimenti e la crescita, dall’altro si rivelarono il problema principale del Paese iberico (come per gli altri Piigs). I tassi artificialmente bassi ovvero mascherati dal rischio cambio, non rispecchiando la reale situazione economica del Paese, contribuirono a formare la bolla immobiliare che una volta esplosa trascinò la nazione verso la recessione.
Il governo tentò di intervenire raffreddando la domanda aggregata, perseguendo una feroce ricerca di avanzo di bilancio e aumentando i requisiti patrimoniali per le banche. La distanza tra economia reale e finanziaria, tuttavia, era troppo grande e non si riuscì a scongiurare lo scoppio della bolla.
Secondo Krugman, è in questo momento che la Spagna non ha potuto utilizzare l’unico strumento utile per limitare i danni della crisi, e cioè la svalutazione.
Non potendo attuare la svalutazione della moneta per sanare lo squilibrio, si è agito sulla svalutazione interna, cioè attraverso la restrizione dei diritti dei lavoratori e dei salari.
Nel contesto europeo, è noto come la risposta dell’unione monetaria sia inefficace in presenza di shock asimmetrici che coinvolgono solo alcuni stati dell’unione, a differenza di quanto possa accadere in presenza di crolli che interessino contemporaneamente ed in egual misura tutti gli Stati (shock simmetrici), caso peraltro molto teorico e pressoché impossibile nella pratica. In altre parole, se la crisi non colpisce direttamente anche la Germania, che è la nazione più forte e influente, il processo di ricerca e applicazione delle soluzioni potrebbe diventare frammentario e inefficace, come quello a cui stiamo assistendo in questi anni.
Come ribadito dall’articolo edito dal Forbes, siamo ben lungi dalla risoluzione del problema spagnolo ed europeo. Anche una volta recuperato il gap accumulato dal Grande Crash (magari tra una decina di anni), il rischio è quello di ritrovarsi nelle medesime condizioni non appena si ripresentasse una nuova crisi asimmetrica, e non essendo l’area euro una area valutaria ottimale, non dovremo aspettare a lungo. In un’area con economie profondamente diverse come l’Europa, ci saranno sempre situazioni di questo genere, e la risposta non potrà essere che la deflazione interna. Almeno finché esiste l’Euro.
È necessario dunque diffidare da chi, come “La Repubblica”, con la tipica informazione di regime, non perde l’occasione di incensare i successi dell’Unione Europea e dell’austerity ad ogni piccolo sussulto del PIL spagnolo. Con un risibile articolo di qualche settimana fa, il quotidiano arriva a definire l’economia del Paese iberico quale “tigre europea” e attuale “locomotiva d’Europa”2. Secondo quanto riportato, le riforme attuate a seguito dei diktat europei avrebbero garantito afflussi di investimenti provenienti dall’estero. Questi sarebbero i fautori dell’attuale crescita.
È la stessa Unione Europea, tuttavia, che nel rapporto di Giugno, attribuisce principalmente alla deregolamentazione del lavoro e ai tagli salariali, il principale merito della crescita di competitività iberica. Ricordiamo, che secondo il Fondo Monetario Internazionale, la disuguaglianza salariale è aumentata più rapidamente in Spagna che in qualsiasi altro paese dell’UE dal 2007 al 2012.
Lo stesso rapporto specifica, inoltre, che è proprio l’alto livello di debito estero (soprattutto sotto forma di prestiti) a rappresentare un’importante fonte di preoccupazione, lasciando l’economia altamente vulnerabile agli shock negativi3.


Approfondendo lo stesso Paper, possiamo accertarci di quanto l’entusiasmo di alcuni media, riguardo i fugaci segnali positivi delle economie periferiche dell’Europa siano del tutto fuori luogo. Nel documento, si pone infatti, l’enfasi sul deterioramento degli indicatori sociali e sulla difficoltà del mercato del lavoro spagnolo. La disoccupazione, resta molto alta, soprattutto quella giovanile mentre quella di lunga durata rischia, secondo gli uffici economici dell’Ue, di diventare strutturale e trascinare più persone verso l’esclusione sociale.
Le riforme del mercato del lavoro aiuteranno sì la competitività delle aziende, ma danneggiando i consumi, non porteranno ad una crescita concreta dell’economia. Le pseudorinascita della Spagna è del tutto illusoria, i dati con segni positivi riguardo il PIL non bastano per fotografare una situazione drammatica, dove lo strappo sociale verificatosi non potrà certo essere ricucito con l’austerity.
Come recita un motto, popolare tra i trader: “Anche un gatto morto rimbalza, dopo essere caduto dall’ultimo piano di un grattacielo”, ma nessuna persona sana di mente si sognerebbe di esultare per questo.
Luca Caselli
1. https://www.forbes.com/sites/timworstall/2015/09/14/krugmans-right-spains-austerity-proves-that-its-the-euro-that-is-the-problem/
2. https://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/09/07/news/leconomia_italiana_impari_dalle_piccole_tigri_europee-122459684/
3. https://ec.europa.eu/economy_finance/publications/occasional_paper/2015/pdf/ocp216_en.pdf
