Ryanair ha confermato il suo interesse ad acquisire la flotta di Alitalia, senza troppi giri di parole. “Per Alitalia è probabile uno spezzatino”, ha infatti detto l’amministratore delegato della compagnia aerea low cost irlandese, Michael O’Leary, in una conferenza stampa a Londra, aggiungendo secondo Bloomberg che l’interesse della sua compagnia si ridurrebbe esclusivamente alla flotta aerea, mentre per il rimanente altri compratori sarebbero i benvenuti. Verrebbe anche mantenuto, da parte di Ryanair, il brand Alitalia, con parte del personale, in particolare “ingegneri e piloti”. Un po’ troppo poco, forse, per quella che nei tempi d’oro fu una delle migliori compagnie aeree mondiali, con un servizio e uno stile di primissimo livello e voli che permettevano di raggiungere anche mete (dall’Africa all’Europa dell’Est ancora comunista) sconosciute alla concorrenza.

Nelle sue intenzioni O’Leary vorrebbe fare di Alitalia un marchio con cui vendere i voli da e per gli Stati Uniti. Ryanair, secondo Reuters, sarebbe addirittura intenzionata a fare un’offerta per acquistarsi tutta Alitalia in blocco, e quindi svendere ciò che non le interessa ad altri in un secondo tempo. Il suo progetto è però contrastato dall’Antitrust, perchè in caso di assorbimento di Alitalia Ryanair arriverebbe a controllare più del 50% del mercato italiano. Proprio per questa ragione a Ryanair paradossalmente converrebbe di più uno spezzatino “a priori”, dove i novanta aerei di Alitalia verrebbero comprati prima senza passare troppo per il sottile.

“Presenteremo un’offerta per novanta velivoli, con i loro piloti, equipaggio di cabina, rotte, ecc”, ha detto O’Leary ai giornalisti nel corso della conferenza stampa a Londra. L’offerta è subordinata, ha confermato il manager, all’esito della ristrutturazione in corso soprattutto sul fronte dei costi sia del lavoro sia dei canoni di locazione degli aeromobili. “Penso che uno degli aspetti veramente interessanti di Alitalia sia la flotta di lunga percorrenza. C’è la capacità di crescere molto forte”. L’offerta di acquisto può essere consegnata fino al 2 ottobre.

Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo Economico, ha comunque riaffermato la volontà del governo di vendere la società in blocco, evitando ogni tipo di spezzatino. Al momento, comunque, sembra davvero probabile che alla fine Ryanair compri i velivoli mentre altri, ad esempio EasyJet, comprino il resto e così via.

Quel che fa pensare è che il nostro paese non possa nazionalizzare, neppur momentaneamente, Alitalia perchè altrimenti incorrerebbe nel veto dell’Unione Europea. La stessa Unione Europea che però non ha avuto nulla da ridire quando la Francia ha nazionalizzato i cantieri navali di Saint Nazare pur di non vederli finire nelle mani di Fincantieri, o quando la Germania è entrata nel capitale di Air Berlin, compagnia aerea sull’orlo del fallimento, assistendola poi nel trovare un compratore (rigorosamente tedesco: anche in quel caso Ryanair, che era interessata, è stata gentilmente rispedita al mittente).

Non a caso, nei parlamenti europei di Strasburgo e di Bruxelles, si dice sempre che le leggi europee vengono scritte “o con l’inchiostro francese o con quello tedesco”. Mai con quello italiano. E quindi l’Italia ci rimette, sempre e comunque.

Se un’azienda italiana ha poi l’intenzione di espandersi, anzichè di lasciarsi comprare com’è successo a Parmalat, Bulgari o Ducati (sono ben 200 le aziende italiane che negli ultimi anni sono state acquisite da capitali francesi, a tacere di quelle finite in mano ai tedeschi), ecco che Parigi e Berlino innalzano le barricate e s’inventano tutti i boicottaggi possibili ed immaginabili. Ed anche in quel caso l’Europa ben si guarda dal dire qualcosa.

Ségolène Royal, ex candidata alla Presidenza francese e a quel tempo ministro della Republique Française, iniziò la campagna contro l’olio di palma quando la Ferrero, che ne fa uso, casualmente acquistò una serie d’imprese turche, francesi e belghe del cioccolato e dell’industria dolciaria, infrangendo così gli interessi di Parigi in quel settore. E tutti, ovviamente, nel modo più acritico, si sono conformati all’invettiva proveniente dalla ministra francese, pur senza sapere se davvero l’olio di palma sia poi così nocivo come millantato da costei. Non si dice, e non si può dire, ma nell’industria dolciaria di tutta Europa viene usato quasi solo il burro fornito da una nota multinazionale francese, e l’olio di palma è l’unica alternativa. Anche in questo caso nessuna reazione da parte di Bruxelles; ci mancherebbe.

Insomma, due pesi e due misure, nella solita Europa sempre pronta a chiederci tanti sacrifici (“ce lo chiede l’Europa!”) e dove tutto si decide e si scrive o con l’inchiostro francese o con quello tedesco.

UN COMMENTO

  1. Mi interesserebbe conoscere le giustificazioni tecniche di queste diverse valutazioni sulle nazionalizzazioni italiane e su quelle francesi e tedesche; quali sono i cavilli?

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