Se ne è andato con i suoi mille misteri ed il troppo sangue di innocenti crudelmente sparso. Alle 3,37 Totò Riina ha smesso di vivere, dopo cinque giorni di coma. Era ricoverato nel reparto detenuti dell’ospedale Maggiore di Parma, in regime di 41 bis da 24 anni, durante i quali non ha mostrato alcun cenno di pentimento o di pietà verso chi ha versato e continua a versare lacrime per gli amori e gli affetti che la ferocia di Totò u curtu gli ha strappato. “Trattandosi di un decesso avvenuto in ambiente carcerario e che quindi richiede completezza di accertamenti, a garanzia di tutti”, il procuratore di Parma, Antonio Rustico, ha disposto l’autopsia.

I familiari non sono riusciti a dargli l’ultimo saluto, nonostante il permesso straordinario ricevuto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Lo spietato capo dei Corleonesi, cresciuto come criminale all’ombra del padrino “Lucianeddu” Luciano Liggio, aveva quattro figli, tutti partoriti dalla moglie Ninetta Bagarella in una clinica di Palermo e registrati all’anagrafe, come una normale famiglia: due maschi, di cui uno è detenuto e sta scontando l’ergastolo per quattro omicidi, mentre l’altro, più piccolo d’età, è sorvegliato speciale, dopo una condanna a otto anni per mafia. La più piccola delle due figlie femmine vive a Corleone, la maggiore invece si è trasferita da anni in Puglia.

La più piccola, Maria Concetta, sta facendo molto discutere per la sua “attività” su facebook in queste ore, con una rosa nera come foto del profilo, sovrastata dall’indice di una ragazza che indica il silenzio come copertina con il tatuaggio ”shhh…” in bella evidenza, sul dorso del dito.

Tantissimi i messaggi di condoglianze, con parole che suscitano rabbia e sconcerto. Riina non è stato un padre, uno zio o un nonno qualunque. A febbraio scorso, nonostante i tanti anni di carcere duro, diceva a sua moglie: “Sono sempre Totò Riina, farei anche 3.000 anni di carcere”.

Il corleonese che ha sepolto tante vite sotto una montagna di piombo e tritolo, è stato un capo ma anche un ingranaggio di un meccanismo più grande e più complesso delle sue logiche brutali e rozze.

Il suo “sono diventato una cosa immensa, sono diventato un re”, sussurrato a Lorusso, appare più un delirio di onnipotenza che la verità dei rapporti di forza esistenti in terra Sicula. La trattativa con uomini dello Stato, di cui parlò per la prima volta ai magistrati Giovanni Brusca nel 1996 e le stragi che la determinarono, sono opera di quella che Tommaso Buscetta definì una “entità”. Riina è stato il braccio violento ma non la mente della destrutturazione politico-economico-istituzionale di quegli anni.

Totò u curtu ha ucciso e fatto uccidere magistrati, sindacalisti, giornalisti, carabinieri, politici, medici e funzionari regionali. E’ stato condannato a decine di ergastoli. La sua furia criminale ha stroncato le esistenze di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, i loro poliziotti di scorta, Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra mobile di Palermo, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, la giovane moglie Emmanuela Setti Carraro, l’agente di scorta Domenico Russo, il giudice Rocco Chinnici e i carabinieri che lo proteggevano.

La sua latitanza, garantita da connivenze ed accordi, si è protratta per 24 anni e si è conclusa a Palermo il 15 gennaio 1993.

Parlando con il figlio, durante un colloquio, aveva detto: “Facciamoci questa galera…Io a ottant’anni non lo so quanto si può campare ancora, stai tranquillo che cerco di tirare avanti. Io sono qua, come mi vedi, tranquillo e sereno che forse nemmeno potete immaginare”.

La serenità di un violento abbrutito dalla sua stessa violenza, incapace di pentirsi e di chiedere scusa per tutto il male fatto. In queste ore scandite da emozioni forti e contrastanti, il nostro pensiero va al piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e successivamente sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, poco prima di compiere 15 anni, dopo 25 mesi di prigionia. Una delle tante morti volute da un uomo già “morto” da giovane perché incapace di provare sentimenti e troppo “piccolo” non solo di altezza per rispettare la grandezza della vita.