Pare che sia stata al Qaeda a rivendicare il sanguinoso ed eclatante attentato di Bamako, dove un gruppo di dodici jihadisti, al grido di “Allah u Akbar!”, ha assalito un albergo prendendo in ostaggio almeno 170 persone, tra i 140 ospiti e i 30 membri dello staff. Inizialmente erano tre i morti accertati, un francese e due maliani, ma in seguito il bilancio è salito a 18. Al momento è in corso un blitz delle forze maliane e statunitesi, con la liberazione graduale degli ostaggi. Sono stati liberati i 12 membri dell’equipaggio dell’Air France e 5 dei sei ostaggi della Turkish Airlines che fino a quel momento erano stati trattenuti dentro la struttura. Nel momento in cui stavo scrivendo questo articolo risultava che, dentro l’albergo, dove i jihadisti si starebbero muovendo piano per piano, ci fossero ancora 124 ospiti e 13 dipendenti. Adesso, alle cinque del pomeriggio, pare che gli ostaggi siano stati tutti liberati: sottolineo il “pare”.

Gli assalitori hanno dapprima liberato quegli ostaggi che sapevano recitare il Corano, come dimostrazione del loro essere musulmani. Grazie al loro resoconto, si sta cercando di ricostruire la dinamica dell’attacco, che a quanto pare sarebbe iniziato al settimo piano dell’edificio, dov’era di stanza il personale di Air France. Ciò ha portato a pensare che l’attacco sia mirato soprattutto alla Francia, ed ha quindi alimentato anche l’idea di un coinvolgimento dell’ISIS, almeno finchè non è giunta la rivendicazione della “concorrenza” di al Qaeda, sulla cui attendibilità devono ancora essere svolte tutte le indagini del caso. Secondo le autorità maliane, dietro l’attentato vi sarebbe la mano del gruppo locale Ansar Din, che ha già fatto parlare di sè nei recenti fatti del paese africano ed anche per alcuni attentati, sventati prima del tempo, ad opera delle sue brigate Khalid ibn Walid e Fronte di Liberazione di Massina.

Hollande ha detto che proprio per via del recente intervento francese nel Mali, l’ISIS e i jihadisti avevano voluto punire la Francia con gli attentati di Parigi. Certamente costoro non hanno mai apprezzato il ruolo della Francia nel Mali, ma dire questo significa anche dimostrare una grave parzialità ed un’ancora più grave malafede. L’ambiguità della politica francese nei confronti della Siria, infatti, non può essere trascurata. Con una mano la Francia, al pari degli Stati Uniti, ha sostenuto i fondamentalisti islamici e con l’altra ha voluto dare ad intendere che stesse colpendo l’ISIS. I bombardamenti francesi sulla Siria non sono certo cominciati questa settimana coi dieci caccia che hanno sorvolato Raqqa. Avvenivano già prima, solo che con la scusa di colpire l’ISIS in realtà colpivano soprattutto Hezbollah e l’Esercito Arabo Siriano. Gli Stati Uniti facevano altrettanto. Piaccia o meno, solo la Russia finora è stata l’unica nazione che sia intervenuta in Siria per combattere contro l’ISIS e i suoi alleati e/o concorrenti analogamente fondamentalisti e tagliagole, ma presentati come “opposizione democratica” dall’Occidente, ed infatti Mosca è stata ripagata con l’esplosione del suo aereo di linea sul Sinai.

Gli attentati di Parigi non hanno cambiato l’agenda politica dell’Occidente, che finge di presentare l’ISIS come il problema prioritario della crisi sirana, ma che in realtà continua ancora a considerare Assad come il vero ostacolo. Si capisce: lottare davvero contro l’ISIS richiederebbe la formazione di un’alleanza vasta con la Russia, e quindi col suo alleato Assad, e pertanto comporterebbe anche il mettere da parte ogni ambizione egemonica sulla Siria. Assad dovrebbe perciò rimanere dov’è, e la Siria continuare ad essere alleata della Russia e della Cina, al di fuori della sfera d’influenza dell’Occidente e dei suoi alleati turchi, qatarioti e sauditi. Una proposta semplicemente irricevibile per l’Occidente, compresa Parigi, che pure è ancora macchiata dal sangue degli attentati.

Non a caso, anche al recentissimo vertice del G20 ad Antalya, in Turchia, da parte occidentale era tutto un ripetere i mantra del “non c’è futuro per Assad” e “Assad se ne deve andare”. Erdogan, il padrone di casa, era quello che lo ripeteva più di tutti: ed il suo coinvolgimento nella guerra siriana, con l’appoggio sempre più evidente e sempre meno nascondibile all’ISIS, in tutto questo non rappresenta certamente una semplice casualità.

L’analisi di questa situazione ci fa capire come anche in Mali, come del resto pure in altri paesi africani coinvolti dall’azione del fondamentalismo islamico, la situazione non potrà migliorare. L’interesse reale dell’Occidente, in questo caso della Francia e degli Stati Uniti, è di utilizzare il fondamentalismo islamico come strumento per destabilizzare paesi a loro giudizio cruciali, che hanno la colpa di non ricadere nella loro sfera d’influenza o che potrebbero sottrarvisi. E, del pari, di usarlo anche per mobilitare e tenere in scacco le masse interne, le proprie società, annichilendole col terrore ed in tal modo rendendole facilmente gestibili e pilotabili allo scopo di preservare lo status quo politico.

Una cosa, questa, che indubbiamente fa comodo anche al fantoccio maliano di Hollande. Anche a lui, ma non soltanto a lui.

 Filippo Bovo

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.