
Sulla tragedia dell’aereo russo precipitato nella penisola dei Sinai, a cui s’è oggi aggiunta quella del cargo partito da Juba, nel Sud Sudan, si possono accampare svariate riflessioni. Sono tre riflessioni, una diversa dall’altra, su cui può essere opportuno farsi delle domande. Per capire chi siamo, cosa siamo diventati (soprattutto nella prima riflessione) e a quale pericoloso gioco stiamo giocando (riferito alle ultime due).
La prima è che certamente l’Europa non percepisce la Russia come parte di sé. In occasione dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, dove persero la vita venti persone, l’intera Europa si strinse intorno alla Francia e fu tutto un fiorire di “Je suis Charlie”. Adesso, di fronte ad una tragedia costata la vita a 224 persone, e che in Russia ha naturalmente provocato un enorme clamore ed un ancor più vasto cordoglio, nessuno trova il coraggio di dire “Io sono russo”. Il fatto che quest’attentato sia stato prontamente rivendicato dall’ISIS non commuove minimamente gli animi. Forse perché finora della Russia sono state dette talmente tante baggianate, tra legge anti-gay, Ucraina, Crimea e compagnia bella, che ormai l’occidentale medio gode pure a sapere che ci siano dei russi che abbiano perso la vita. L’occidentale medio è stato educato ed addestrato ad odiare la Russia e i russi (però, se c’è qualche bella russa con la quinta di seno e che non fa troppe storie, si può sempre fare un’eccezione…).
La seconda riflessione è che l’ISIS, se è riuscito a compiere oltretutto con tanto luttuoso successo un simile attentato, sicuramente ha beneficiato di un consistente e notevole supporto da parte di “qualcuno”. Che abbia abbattuto l’aereo con razzi sofisticati, in grado di raggiungere i novemila o i diecimila metri d’altezza, o che abbia potuto collocare una bomba all’interno del velivolo, in ogni caso c’è la dimostrazione che non abbia potuto agire da solo. Certo, per mescolare una bomba al resto dei bagagli nella stiva di un aereo, soprattutto in un paese come l’Egitto, può bastare anche soltanto la compiacenza di qualche addetto corrotto e prezzolato, ma tutto questo è ancora da dimostrare. Ora, è ben noto come i turchi, gli statunitensi, i francesi e i qatarioti sostengano da sempre l’ISIS, con in più la nemmeno tanto discreta benevolenza di Israele (che proprio ieri è andata a bombardare, con un raid ad hoc, gli uomini di Hezbollah in Siria, impegnati a combattere al fianco di Assad proprio contro l’ISIS). Lecitamente tutti costoro potrebbero venire accusati o perlomeno sospettati d’essere i mandati, o addirittura gli esecutori “occulti”, di una simile tragedia. Non si possono ottenere certi armamenti per caso, e comunque per utilizzarli con successo servono accurate informazioni logistiche e strategiche che, tanto per esser chiari, l’ISIS da solo non può procurarsi: non ha satelliti, non ha un’intelligence degno di questo nome, o forse non ce l’ha del tutto.
La terza riflessione è che al-Sisi, autore del riavvicinamento dell’Egitto alla Russia e alla Cina dopo la deposizione del discusso Fratello Musulmano Morsi, con una simile tragedia occorsa nel suo paese si ritrova adesso in una situazione a dir poco grave ed imbarazzante. Deve, infatti, ammettere che il suo esercito non riesce a controllare il Sinai, dove addirittura si sarebbe infiltrato anche l’ISIS (la rivendicazione è stata fatta proprio da una branca del fondamentalismo islamico affiliatasi all’ISIS in base al noto principio del “franchising del terrore” già inventato da al-Qaeda). In linea di principio ciò che ha detto finora corrisponderebbe anche al vero: sparare un razzo per abbattere un aereo, godendo del supporto strategico e d’intelligence necessario affinché il colpo vada a buon fine, è cosa almeno in linea teorica possibile anche nel cuore dell’Europa. Virtualmente è impossibile controllare manu militari un territorio vasto quanto il Sinai, e lo stesso può valere per qualsiasi altra regione del mondo. Ma quest’avvenimento, secondo i desiderata occidentali, ovvero di coloro che per colpa di al-Sisi hanno perso l’Egitto dovendo quindi assistere al suo doloroso avvicinamento alla Cina e alla Russia, ha l’utilità di creare un divario fra Il Cairo e Mosca, proprio per via delle inevitabili dichiarazioni e rassicurazioni che al-Sisi è costretto a fare per non ammettere di non riuscire a controllare interamente il Sinai.
