“Sono soltanto gli ungheresi a decidere con chi vogliono convivere”. Era stata questa la lapidaria, decisa, dichiarazione con la quale, lo scorso 5 luglio, il ministro dell’Informazione ungherese Antal Rogan aveva introdotto il referendum del prossimo 2 ottobre. 2 ottobre 2016 dunque, un’altra data fondamentale nell’agenda europea, certamente un punto di svolta per il futuro dell’intero spazio europeo, dopo la prima grande tornata referendaria dello scorso 23 giugno con la quale la Gran Bretagna ha espresso la volontà di uscire dall’Unione.

La prima imponente manifestazione contro i provvedimenti europei, in quel caso economici – il nuovo piano di finanziamenti proposto da BCE, Commissione europea e FMI -, aveva avuto luogo in Grecia nel luglio 2015 con la strabordante vittoria del “no”. Un esito che, come si è potuto notare, non ha sortito praticamente alcun cambiamento rispetto alla linea dell’Austerity nei confronti della Grecia.

A breve, si voterà dunque anche in Ungheria contro quelli che vengono ritenuti i diktat di Bruxelles. Nello specifico, il popolo ungherese sarà chiamato ad esprimersi sul problema delle quote di ricollocazione dei migranti. “Vuoi che l’Unione europea abbia il diritto di disporre il ricollocamento obbligatorio di cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso del Parlamento?”; è questo il quesito a cui i cittadini ungheresi dovranno rispondere. Ad oggi, il risultato appare scontato. Secondo gli ultimi sondaggi, il “no” sarebbe nettamente vincitore con il 71 per cento, opposto ad un “sì” attualmente al 13%. La quota di indecisi è bassa (16%) e, se rimanesse tale, poco potrebbe influire in un cambiamento del risultato.

Il referendum consultivo del prossimo 2 ottobre, fortemente voluto dal leader conservatore Viktor Orban, si presenta come la ciliegina sulla torta di una politica sulle migrazioni nettamente opposta a quella europea. L’Ungheria, in base a quanto stabilito dall’Ue, dovrebbe accogliere circa 1.300 migranti. Un numero decisamente infimo se si tiene conto dell’ammontare della popolazione magiara (9 milioni e 897 mila abitanti, nel 2013). Tuttavia, il governo di Orban teme un possibile sistema di quote che a detta dello stesso Premier “ridisegnerebbe l’identità etnica, culturale e religiosa del Paese”.

La parabola dei provvedimenti anti-migranti promossi dal governo ungherese si era aperta nella primavera 2015 con la costruzione del muro di filo spinato lungo 175 chilometri al confine con la Serbia. Un provvedimento che ha scatenato grandi contestazioni e che ha destato non poche preoccupazioni, evocando echi spiacevoli del passato. Presidiato all’inizio da seimila soldati, poi incrementato di quattromila unità, il muro ha tuttavia disatteso le aspettative e si è dimostrato come una misura inadeguata per risolvere la crisi migratoria. Sono stati infatti 17mila, secondo i dati del governo di Budapest, i migranti che hanno varcato il muro tra la Serbia e l’Ungheria, confermando le non buone aspettative riguardo il deprecato provvedimento di Orban.

Ad alzare la tensione sul referendum poi, ha contribuito lo stesso Premier magiaro con l’intervista alla testata online ungherese origo.hu lo scorso 23 settembre. Nell’intervista Viktor Orban ha paventato l’idea di rastrellare e deportare i migranti “in una isola o sulla costa del Nord Africa, la cui sicurezza dovrebbe essere garantita dalla Ue e da dove presentare richiesta di asilo”. La notizia ha fatto il giro del mondo e il tono dello scontro sul tema migranti si è alzato sensibilmente.

Certamente, quello del prossimo 2 ottobre si trasformerà (per alcuni si è già trasformato) in un voto sulla permanenza dell’Ungheria nell’Ue. L’Ungheria contesta un’Unione Europea, a detta del governo di Budapest, irrispettosa dell’identità del popolo magiaro e draconiana nelle scelte di policy. Si deve però guardare anche ad un altro aspetto: Quanto frutta, almeno in termini monetari, l’Unione europea all’Ungheria? E quanto, dall’altro lato, l’Ungheria contribuisce all’Eurozona?

Dati alla mano, considerando il programma di finanziamento per lo sviluppo dei paesi dell’Est Europa per il periodo 2014-2020, al settembre 2015, l’Ungheria è la sesta beneficiaria dei fondi strutturali Ue con un flusso di denaro in entrata pari a 21,9 miliardi di euro. Nel 2014 invece, dall’altro lato, il contributo ungherese all’Unione non arriva al miliardo di euro (890 milioni per l’esattezza).

A questo punto, non resta che aspettare il risultato del referendum ungherese, tenendo conto che precederà il ballottaggio delle presidenziali austriache del 4 dicembre 2016 tra il verde Van der Bellen e il candidato delle destre Norbert Hofer. Una vittoria del “no” al referendum sui migranti, assieme poi ad un’affermazione di Donald Trump alle presidenziali d’oltreoceano dell’8 novembre, potrebbe sicuramente dare il via ad un domino che metterebbe in pericolo la già precaria stabilità dell’Eurozona.