Proteste contro la vittoria di Trump

Nonostante il clima di distensione utilizzato dal nuovo presidente eletto Donald Trump, nel suo discorso di acclamazione, non si placano gli strascichi di una campagna elettorale, che mai quanto stavolta ha mostrato il volto di due Americhe profondamente diverse e antagoniste tra loro.

La Clinton nel pomeriggio di ieri (serata in Europa) aveva ella stessa riconosciuto davanti ai suoi elettori che il suo acerrimo avversario avesse il diritto e la legittimità di governare il paese, pur promettendogli battaglia su temi come quello dell’immigrazione.

Questi tentativi di riconciliazione nazionale sembrano destinati a fallire già dalle prime ore del settennato di Trump (sebbene il tycoon si insedierà alla Casa Bianca formalmente a Gennaio), molte grandi città infatti hanno fatto le ore piccole accogliendo i presidi notturni di giovani che hanno protestato contro l’elezione del candidato repubblicano.

Il “Trumpprotest” come è stato taggato sui social, ha coinvolto i grandi conglomerati urbani come Chicago, Portland, Los Angeles e la capitale, feudi del Democratic Party.

Vittoria Trump: proteste contro il tycoon
Secondo quanto emerge dalla CNN i manifestanti hanno bruciato alcuni pupazzi raffiguranti il miliardario newyorchese, spesso con lo slogan “No Trump, No KKK, No Fascist USA”, che sintetizza le critiche che i giovani di sinistra del paese muovono al nuovo presidente. Per molti di questi infatti Trump è bollato come un personaggio che con la sua retorica semina odio e minaccia i loro diritti.

Una protesta dunque che fatichiamo a definire come spontanea e che utilizza i soliti schemi cari alla dottrina Obama-Clinton: la protesta giovanile, la speculazione sui diritti civili, la demonizzazione dell’avversario di turno.

Altro che riconciliazione, saranno prevedibilmente 4 anni di conflitti con i democratici, ammesso che i Clinton e Obama resteranno ancora in sella come leader del partito dopo la batosta elettorale.

Per fortuna di Trump il partito repubblicano ha conquistato la maggioranza sia al Senato che al Congresso, tuttavia anche sul fronte interno il tycoon dovrà affrontare un’opposizione molto forte che ha ostacolato in tutti i modi la sua candidatura, preferendo in molti casi l’endorsement alla Clinton.