Quel che è successo in Venezuela ha del clamoroso: l’opposizione ha conquistato 99 seggi su un totale di 167 all’Assemblea Nazionale, mentre il PSUV ne ha ottenuti solo 46. Quali saranno gli effetti diretti di questa debacle del PSUV alle elezioni legislative?

Di inaspettato c’è ben poco. Si tratta di un declino annunciato che trova il suo primo campanello d’allarme nell’elezione di Nicolas Maduro quale erede politico di Chavez. Nel 2013 il delfino chavista ottenne solo il 50.78% dei voti, un segnale forte che doveva spingere il PSUV ad un’attenta analisi del suo progetto politico. Ciò purtroppo non è avvenuto ed involontariamente si è lasciato aperto un varco all’opposizione fortemente caldeggiata da Washington e quindi in possesso dei mezzi per destabilizzare il paese ben oltre l’aspetto economico e politico, ma andandone ad intaccare la certezza dell’ideologia da perseguire. Il risultato elettorale nel prossimo futuro ci regalerà una situazione ancor più instabile in quanto ogni decisione chavista sarà ostacolata ad oltranza in un quadro economico e politico sempre più immobile e in balia di interferenze interne ed esterne. Cosa che peggiorerà con la probabile ascesa dei repubblicani alla Casa Bianca nel 2016.

Se non altro il risultato elettorale del 6 dicembre attenua le accuse di Macri (neo presidente argentino) al governo di Caracas di essere poco affine ai valori democratici e quindi punibile con la sospensione dal Mercosur. Lo stesso Maduro, con il riconoscimento di questa sconfitta elettorale, ha voluto attenuare le illazioni esterne sull’assenza di una democrazia in Venezuela rimandando il dibattito ad un prossimo futuro. Quest’ultima mia affermazione deriva dal fatto che, aspettandoci una lotta serrata tra parlamento e governo, si potrebbe acuire l’immobilismo economico e politico. Uno scenario che in concreto finisce con l’esasperare la popolazione ed i movimenti di piazza sono sempre di difficile gestione quando si ha un’opinione pubblica ben attenta alle azioni di governi “non allineati” al modello democratico neo liberale.

Si può parlare di fine dell’esperienza bolivariana per il Venezuela? Quali sono, a suo avviso, le cause di questa sconfitta?

Il bolivarismo è un’ideologia internazionalista che evade dalle specifiche dinamiche nazionali e guarda al continente latinoamericano come un tutt’uno. Con la morte di Chavez, massimo esponente politico capace di riproporre la visione di Simon Bolivar ai giorni nostri, l’asse portante del movimento si è spostato lungo le Ande per trovare linfa vitale nei grandi progetti riformisti di Ecuador e Bolivia. Tuttavia, ripeto, il bolivarismo come concetto esula dalla visione socialista di un singolo paese ed abbraccia il continente in un’idea di condivisione regionale indipendente. Nell’attuale geopolitica vorrebbe dire creare un nuovo polo potenza regionale autonomo e capace di competere alla pari con USA, Russia e Cina. Un’ambizione che ad oggi resta utopia non per il venir meno di un progetto socialista in Venezuela, bensì a causa di un’insita competizioni tra Stati che non fa presagire una reale condivisione di obiettivi macroregionali. Il progetto di Bolivar sin dal 1800 trova i suoi maggiori ostacoli all’interno della regione ed oggi non è difficile pensare all’incompiutezza di tale ambizione geopolitica, nel guardare il Messico (eternamente dipendente e succube di quanto avviene oltre il confine nord), la Colombia (che ha avuto la scelleratezza e l’immoralità di trarre da decenni profitto da una guerra civile interna mai dichiarata) o il Cile (paese che ancora non chiude i conti con il suo passato e che preferisce preservare l’oligarchia che nella dittatura ha sviluppato la propria leadership). Questi sono solo alcuni esempi di un continente in realtà eterogeneo incapace di sfruttare le differenze per giungere ad un vantaggio in termini aggregati considerevole. Abbandonando i discorsi ideologici, un Sud America forte ed unito non può prescindere dall’accogliere al suo interno paesi così importanti come quelli citati. Farne a meno è solo cercare di imbastire un discorso incompiuto che può essere anche evitato per la sua intrinseca inconsistenza. Bolivar. In definitiva il bolivarismo trova la sua sconfitta nella competizione esistente tra i suoi interpreti incapaci di perseguire obiettivi regionali condivisi.

Analizzando la situazione latinoamericana, sembrerebbe che la sconfitta del PSUV s’inserisca all’interno di un più generale quadro di crisi del progressismo nella regione. Dapprima sono stati defenestrati i presidenti progressisti dell’Honduras e del Paraguay, quindi ci sono state le sconfitte della sinistra a Panama e in Argentina, e ancora le mancate vittorie in paesi come il Messico. Lei che ne pensa?

Con una semplificazione letteraria possiamo dire che ci troviamo difronte alla fine della “decade socialista” latinoamericana, ma che tuttavia andrebbe analizzata paese per paese e non nell’insieme dato che le cause della sconfitta sono diverse ovunque e dato che queste si vanno a collocare in contesti sociali molto diversi. Il Messico ad esempio è da escludere in quanto soffre una “forza gravitazionale” verso nord che non fa emergere alcuna novità politica reale. Ogni progetto politico finisce con gravitare solo ed esclusivamente sui rapporti con i vicini Stati Uniti e di riflesso su una ricerca di leadership nei confronti delle piccole sovranità a sud. Si tratta ormai di una dipendenza cronica dal dollaro che non trova rimedio alcuno. In Cile invece vi è stato il ritorno della Bachelet (2014) espressione di una sinistra che continua a deludere in quanto vittima delle pressioni oligarche del paese e quindi incapace di dare al popolo cileno ciò che chiede da anni a gran voce: una nuova Costituzione capace di scardinare il sistema economico e sociale sviluppato da Pinochet. In Argentina come in Venezuela si paga l’aver cercato di mistificare i leader politici a panaggio del progetto politico stesso. Il risultato a Buenos Aires è stato il ritorno al liberismo, mentre a Caracas si assiste all’agonia di un progetto abbandonato in realtà con la morte di Chavez. La vita a Panama ruota intorno al suo canale transoceanico e quindi si soffre anche qui di una spinta verso l’economia statunitense che di quel canale è padre. L’Uruguay ha avuto un grande comunicatore quale Mujica che allo stesso tempo ha esplicato come sia necessario giungere a compromesso con l’oligarchia per poter portare a compimento il proprio mandato politico. Il Paraguay è un paese disilluso dalla politica e che quindi vive con non curanza ciò che accade al governo. Purtroppo il liberismo ha reso il paese del Cono Sud dipendente in tutto e per tutto dai paesi che lo circondano e quindi il passaggio di Lugo al governo (2008-2012) non ha lasciato alcun segno e lo dimostrano le elezioni a seguito della sua destituzione. Caraibi e Centroamerica fanno di necessità virtù e quindi abbracciano un progetto regionale come l’Alba o il liberismo economico a seconda del massimo profitto ottenibile (che sia petrolio venezuelano o dollari statunitensi). In Brasile si è creata una macchina politica imponente con il PT, ma allo stesso tempo non si è riusciti ad evadere da una dei punti più oscuri di tutto il continente: il clientelismo. Ed ecco quindi che oggi il progetto viene messo in discussione a causa di scandali di corruzione che collegano dirigenti del PT alla gestione poco lecita di appalti e aziende controllate (tra cui la Petrobras). Magari è uno scandalo che avrebbe coinvolto qualsiasi partito al potere, ma che oggi vede in prima linea Dilma Rousseff accusata di impeachment. Molto probabilmente non ci saranno conseguenze sul fluire del mandato presidenziale, ma questi fatti regalano un quadro incerto sul dopo Rousseff. In Ecuador, Correa, unico superstite, ha avuto l’intelligenza politica di escludere la sua futura ricandidatura. Un gesto importantissimo che potrebbe far vivere il progetto politico a prescindere dal suo leader. Cosa che sembra non succede in Bolivia dove Evo Morales vorrebbe ricandidarsi rischiando il personalismo. A mio avviso il presidente boliviano ha fatto già storia dando voce al popolo boliviano per la prima volta nella storia, ma allo stesso tempo credo che sia utile un passo indietro dello stesso in favore del suo vice Alvaro Garcia Linera, più che idoneo allo scopo di portare avanti il progetto politico socialista boliviano. In fine restano Cuba e Perù. Il primo paese è alle prese con una transizione delicata verso l’apertura al mercato statunitense, una prospettiva non semplice per la sopravvivenza dell’ideologia castrista, ma necessaria per un rinnovo del progetto politico stesso. A Lima invece si è ormai stanchi del falso socialismo di Humala, ma le prospettive vedono sempre il paese vittima delle sue enormi ricchezze minerarie delle quali non riuscirà mai ad ottenere la sovranità.

Questo il quadro sintetico del fallimento di tanti progetti o della loro involuzione. Nulla è accomunabile, ma ogni declino è strettamente collegato al suo specifico contesto ed anche latitudine a volte.

Un eventuale governo del MUD in Venezuela, con quale situazione internazionale e regionale dovrebbe confrontarsi? Come sappiamo, dopotutto, non sono più i tempi di Carlos Andres Perez.

Il MUD in Venezuela riscriverà la storia del paese. Finiranno le misure assistenziale che per un certo verso sono state un’arma a doppio taglio per il PSUV ed inoltre si riapriranno le discussioni sulle concessioni petrolifere nel bacino dell’Orinoco dove ovviamente torneranno a gran voce gli Stati Uniti. Mercosur e Unasur rimarranno dei luoghi importanti di confronto regionale, ma non credo valga lo stesso discorso per l’ALBA che sarebbe destinata a scomparire. Non credo che il passaggio dal chavismo al liberismo (ove dovesse accadere, ma allo stato attuale se non vi sarà una ristrutturazione del progetto è inevitabile) sarà indolore. Credo che la gente tornerà in piazza, ma è anche possibile che questo nessuno ce lo dirà da questa parte del mondo.

Nella peggiore delle ipotesi un cambio politico regionale potrebbe portare all’ordine del giorno il progetto ALCA, un’eventualità disastrosa per la regione e per la sua indipendenza del XXI secolo.

La ringraziamo per la cortesia e la disponibilità concessaci.

È stato un piacere.