Il 23 e 24 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali nello Zimbabwe, Paese dell’Africa meridionale abitato da circa 16 milioni di persone, dove i principali pretendenti alla massima carica erano il presidente uscente, l’ottantenne Emmerson Mnangagwa, e il suo sfidante più accreditato, Nelson Chamisa, che poteva contare su una forte base elettorale nella parte occidentale del Paese.

Come previsto dai sondaggi della vigilia, Mnangagwa ha ottenuto la conferma per un secondo mandato consecutivo, avendo ricevuto il 52,60% delle preferenze, mentre Chamisa non è andato oltre il 44,03%, vincendo come da pronostico nella regione di Matabeleland North, ma anche nella capitale Harare, considerata come una roccaforte dell’opposizione. Assicurandosi più della metà dei voti espressi, il presidente ha dunque evitato il ballottaggio. Sebbene vi fossero 11 candidati alle elezioni presidenziali, il voto è stato polarizzato dallo scontro tra Mnangagwa e Chimasa, con il solo Wilbert Mubaiwa che ha superato la soglia del punto percentuale tra gli altri candidati (1,20%). L’affluenza alle urne è stata pari a circa il 69% degli aventi diritto.

La vittoria di Mnangagwa conferma dunque il primato del partito ZANU-PF (Zimbabwe African National Union – Patriotic Front), la formazione che ha governato il Paese ininterrottamente dalla fine del regime di apartheid della Rhodesia, nel 1980, fino ad oggi, prima sotto la leadership di Robert Mugabe e poi sotto quella dell’attuale presidente. Del resto, lo stesso Mnangagwa era stato un membro chiave dei governi di Mugabe, ricoprendo numerosi incarichi di spicco, come quelli di ministro della Sicurezza dello Stato, ministro della Giustizia e vicepresidente. Tuttavia, la nuova Costituzione del Paese prevede che Mnangagwa non potrà essere rieletto per un terzo mandato, e dunque resterà al potere solamente fino al 2028.

Il partito ZANU-PF si conferma al primo posto anche per quanto riguarda le elezioni legislative, avendo ottenuto 136 dei 270 scranni che compongono l’emiciclo di Harare, ottenendo quindi la maggioranza assoluta per un solo seggio. L’opposizione sarà rappresentata invece dal partito CCC (Citizens Coalition for Change) di Chamisa, che ha ottenuto 73 seggi. A questi vanno aggiunti i 60 scranni riservati alle donne, che verosimilmente dovrebbero rafforzare la maggioranza del partito di governo, visto che verranno distribuiti secondo il metodo proporzionale, mentre un seggio resta al momento vacante.

Le elezioni sono state segnate da ritardi che hanno alimentato le accuse dell’opposizione di brogli e repressione degli elettori. Promise Mkwananzi, portavoce della coalizione che ha sostenuto Chamisa, ha detto che il partito non ha firmato il conteggio finale, che ha definito “falso”. “Non possiamo accettare i risultati”, ha detto la portavoce all’agenzia di stampa AFP, aggiungendo che il partito annuncerà presto la sua prossima mossa. Tuttavia, gli analisti della regione dell’Africa meridionale hanno considerato i risultati del voto come una prova di sostegno allo ZANU-PF di Mnangagwa.

Del resto, questo stesso scenario aveva già avuto luogo nel 2018, quando Mnangagwa aveva battuto Chamisa con un margine ancora più ridotto, e il leader dell’opposizione si era rifiutato di riconoscere i risultati come validi. In seguito al ricorso di Chamisa, la Corte Costituzionale aveva rianalizzato l’intero processo elettorale, finendo per convalidare il risultato.

Nel suo secondo mandato, Mnangagwa dovrà affrontare soprattutto i problemi economici che attanagliano il Paese da tempo. Ricordiamo, ad esempio, che nel 2009 la valuta locale, il dollaro dello Zimbabwe, ha subito un tale deprezzamento nei confronti del dollaro statunitense che il governo è stato costretto ad abbandonare del tutto il suo uso, preferendo le valute straniere al fine di ridare stabilità all’economia e di limitare l’inflazione. Naturalmente, va sottolineato come la grave crisi economica vissuta dallo Zimbabwe negli ultimi anni sia anche causata dalle sanzioni imposte dai Paesi occidentali nei confronti dello Stato africano, le cui conseguenze vengono pagate soprattutto dalla popolazione locale, come del resto accade anche con le sanzioni imposte contro altri Paesi, mentre la pandemia di Covid-19 non ha certo contribuito a migliorare la situazione.

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